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Di chi è la Fiat?
post pubblicato in diario, il 6 novembre 2012

Ancora su Fiat e Marchionne, per andare oltre. Può lasciarci indifferenti il comunicato Fiat riguardo i 19 licenziati di cui la magistratura ha imposto il rientro? Nel comunicato,poi ritirato ed emendato, praticamente si chiede esplicitamente a chi lavora in Fiat di condividerne progetti e anima. Non basta, no, far bene il proprio lavoro. Bisogna proprio amare l'azienda. Non so, ma credo che neanche ai tempi di Valletta si avrebbe avuto il coraggio di tali affermazioni. Mi è venuto di pensare alla mia personale esperienza di operatore nel sistema della formazione professionale. Mi è capitato molte volte - anche in pubblici convegni - di criticare aspramente i presupposti, gli obiettivi e i metodi del sistema e del centro in cui lavoravo. Ciò non mi ha mai impedito di svolgere con impegno il mio lavoro. Al più la critica era per me il presupposto per suggerire nuovi metodi e obiettivi, in parte realizzati nel mio centro e per i quali sono stato addirittura promosso. Con Marchionne sarei stato licenziato? Naturalmente se la Fiat fosse una cooperativa, se i lavoratori ne fossero soci e fossero chiamati a determinarne le scelte, beh, avrebbe qualche senso quel comunicato (emesso eventualmente dall'assemblea dei soci). La Fiat è degli Agnelli, degli azionisti e di Marchionne o dei lavoratori e degli italiani che ne hanno permesso l'esistenza e la redditività? Noi sentiamo - vero? - che c'è una verità e una proprietà giuridica, contrapposta a una verità e ad una proprietà percepita. Il comunicato Fiat (ritirato) mette i piedi nel piatto di tale contraddizione.

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permalink | inviato da salvatore1 il 6/11/2012 alle 16:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fiat e licenziamenti: la verità di Alba Parietti
post pubblicato in diario, il 1 novembre 2012
La Corte di Assisi di Roma ha imposto il reintegro dei 19 lavoratori di Pomigliano, rei per la Fiat di militare nella Fiom. Ovviamente la Fiat non si è espressa proprio così. Contabilmente è vero che se i 19 si aggiungono ai 2100 (o qualcosa di simile) che rappresentano l'organico necessario secondo l'azienda, altri 19 dovranno uscire. L'azienda non può sopportare un sovraccarico di forza lavoro pari circa all'1%. In altri tempi e in altri climi un esubero così risibile sarebbe stato gestito diversamente. Dolcemente, con rallentamento del turn over, ad esempio. Ma oggi l'esigenza di Marchionne è diversa. Lui vuole che la violenza sia visibile. Sia chiaro che ogniqualvolta vincerete, ogniqualvolta la magistratura vi darà ragione, scatenerò un inferno tale che non vorrete più vincere. Sindacato contro sindacato, lavoratori entranti contro lavoratori uscenti. E allora, si può aprire il dibattito che si vuole: sul diritto, sulle politiche industriali, sulla Fiom estremista o sulla Cisl collaborazionista. Però, io, più attento alla verità delle emozioni, e un po' superficiale (programmaticamente superficiale) sui numeri e le norme, la verità l'ho sentita oggi da una persona che ritengo sottovalutata. Una persona che non mi ha mai attirato né come donna di spettacolo né come donna avvenente: Alba Parietti. Con la passione che le è propria quando affronta le dimensioni del sociale e del politico, oggi, nella composta trasmissione di Cristina Parodi, gridava: "E' come la decimazione praticata dai nazisti!". E se ne infischiava dei distinguo di Cecchi Paone, suo interlocutore. Perché i distinguo si fanno dopo. Prima si sceglie con chi stare.

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La barbarie della disoccupazione: in memoria di Sergio Marra
post pubblicato in diario, il 2 febbraio 2010
Sono arrabbiatissimo. Un operaio bergamasco di 36 anni, Sergio Marra - fra poco dimenticheremo il suo nome - si è tolto la vita dandosi fuoco. Non lavorava alla Fiat. Lavorava alla Elgi Color Plast di Ciserano. A metà dello scorso anno l'azienda lo mette in Cassa integrazione, quindi la crisi definitiva e il fallimento. Sergio tenta inutilmente di trovare un nuovo lavoro. Niente. Solitudini e depressione, quindi la decisione di lasciare per sempre un mondo inospitale e incomprensibile.
 
Termini Imerese e Alcoa sono sulle prime pagine da settimane. Migliaia di lavoratori hanno bloccato strade, sono saliti sui tetti ed hanno affrontato il gelo. Probabilmente ce la faranno. Conserveranno il posto di lavoro. Grazie al loro sacrificio. Grazie al governo che non può non tener conto dell'impatto mediatico e può esercitare pressioni, del tipo: rinuncia ai licenziamenti o niente incentivi. Grazie ai giovani della Giovane Italia del Pdl o di quelli di Casa Pound scatenati contro la Fiat che delocalizza in Polonia (tanto i suicidi polacchi non riguardano la destra sociale e nazionale). E poi se non si è contro qualcuno (Fiat, polacchi, immigrati) come si fa ad aggregare giovani che vogliono menare le mani?  Grazie al Papa che l'altro ieri all'Angelus, davanti ai lavoratori in lotta, ha chiesto "Fare tutto il possibile per salvare, con grande senso di responsabilità, i posti di lavoro in pericolo e far crescere l'occupazione nelle aree in crisi, in particolare in realtà difficili come Termini Imerese e Portovesme". Sono arrabbiato anche con il Papa con cui -pare - non si può essere arrabbiati. Faccio queste considerazioni.
 
I lavoratori che, grazie a se stessi, al governo, ai giovani di Casa Pound,  ad Annozero e al Papa, salveranno il posto di lavoro saranno migliaia. Nel frattempo però un numero 10, 100 volte superiore di lavoratori di piccole e piccolissime imprese, subordinati ed autonomi, sta perdendo lavoro e reddito. Molti disperano di poter trovare una nuova occasione: perché nel loro territorio non ci sono occasioni, perché non hanno le competenze giuste per reimpiegarsi in altro settore, perché non hanno le amicizie giuste, perché non sanno come cercare lavoro o amicizie, perché non c'è nessuno che li guidi, perché non ci sono i servizi per l'impiego, o, se ci sono, sono fatti quasi sempre con raccomandati o sono invisibili, cioè praticamente non ci sono.
 
Poi c'è la disoccupazione dei precari, dei giovani che, alla fine di un contratto, restano senza lavoro e senza indennità alcuna e, se donne, e, se incinte, non hanno sostegno neanche per questo (naturalmente essendo i governanti rigorosamente antiabortisti, difensori della vita e della famiglia e tutti deprecando il decremento demografico italiano e molti lamentandosi perché gli immigrati sostituiscono i figli che non facciamo).
 
Ma, insomma, davvero dobbiamo dare per scontata una disoccupazione senza protezioni (sostegno generalizzato al reddito, consulenza al reinserimento o allo stress da "fallimento personale")?Possiamo limitarci ad auspicare che cresca l'occupazione? Possiamo compiacerci se i disoccupati sono due  milioni e non tre, mentre il tasso di occupazione è il più basso d'Europa per la rinuncia di molti a cercare lavoro e per la crescita del lavoro nero e senza tutele?
 
Mentre abbozzavo questo post, ieri sera alla 7, Otto e mezzo mi toccava positivamente per il titolo del servizio: "Morire di disoccupazione". Finalmente, pensavo, la Gruber farà parlare di Sergio Morra e degli invisibili. Macché! Dopo pochi secondi di omaggio al povero Sergio, si è parlato di Termini Imerese, di incentivi sì o incentivi no, di delocalizzazione sì o delocalizzazione no, e, inevitabilmente, Bonanni ha polemizzato con l'assente Epifani su non so cosa.
 
Sarò di cattivo umore, ma penso che un solo Sergio Marra è troppo. Penso e voglio che un giorno i nipoti guardino con esterefatto stupore a questa preistoria, a questa barbarie che abbiamo accettato - cittadini, governo e Papa. Un abbraccio alla famiglia di Sergio.
 
 
 
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