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Fini, Becket e il suo re
post pubblicato in diario, il 5 agosto 2010
La rottura consumata da Fini in questi giorni con il capo del governo e la sua maggioranza può essere letta come l'epilogo di un percorso di conversione avviato a Fiuggi nel '95 e proseguito fra momenti di svolta e fasi di regressione. Contro l'interpretazione cinica e materialistica delle storie dei politici, cerco di leggere questa storia interrogando le fantasie e i modelli che possono aver ispirato il cambiamento dell'uomo e del politico. Fini - Becket, Fini - Aznar, Fini- Bruto. E infine, metafora più spregiudicata, Fini - Cristo che tenta di rifiutare l'amaro calice, sapendo che il Presidente della Camera è atteso dal Golgota allestito dalle squadracce di Feltri e Belpietro. A proposito, non sono finiano. Sto con il Pd e mi considero - oso dirlo - un marxista, del XXI secolo, naturalmente. Perciò interessato a tutte le vicende umane e agli strazi della coscienza. Di Chiara Moroni, di Gianfranco Fini, di quelli che una coscienza comunque hanno.
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Francesca Pascale e le laureate di Berlusconi
post pubblicato in diario, il 9 febbraio 2010
All'infedele, la trasmissione di Lerner, la filosofa della scienza, Francesca D'Agostini, denuncia le mezze verità della politica e del linguaggio televisivo. Ma il Pdl ha mandato un rappresentante che non ha idea alcuna del significato di teorie che pur lo riguardano.
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Se vincesse Brunetta
post pubblicato in diario, il 10 gennaio 2010

L'ultima sortita del ministro Brunetta mi interessa perché segnala ancora una volta la capacità della destra di definire l'agenda politica, nonché i temi del dibattito culturale. Nella fattispecie cercherò di dire, con "provocazioni"  di segno opposto,  come, a mio avviso, proprio la carenza di iniziativa della sinistra, tendenzialmente attardata in una linea difensiva, abbia dato spazio e credibilità alle provocazioni della destra. 

Ebbene, afferma l'ultimo Brunetta, "stabilire che l'Italia é una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente niente" e continua, ricordando la genesi della Costituzione, nata in particolare dall'incontro fra istanze  cattoliche e marxiste, che la Carta "ignora temi e concetti fondamentali, come quelli del mercato, della concorrenza e del merito". Forse si sarebbe potuto liquidare Brunetta, utilizzando il suo stesso metodo, quello di replicare ad un argomento non già entrando nel merito, bensì squalificandone l'autore. Come, ad esempio, il ministro ha fatto recentemente con il compagno di partito Tremonti, ministro dell'Economia e però non economista, ma commercialista. Allo stesso modo gli si potrebbe dire "Taci. Sei un economista, non un costituzionalista". Ma appunto il metodo non é corretto e, se applicato, consegnerebbe al silenzio la stragrande maggioranza degli italiani che non é fatta nè di economisti, nè di giuristi-costituzionalisti, nè di filosofi. E questo, pensano i democratici é esiziale perché la verità non appartiene alla èlite degli specialisti che  é saggio sì consultare, senza per questo delegare loro soluzione alcuna. 

Aggiungo che a me la questione sembra appartenere alla storia ed alla filosofia (politica, ma anche del linguaggio) pù che al diritto o tanto meno all'economia. Mi sembra che Brunetta giochi con disinviltura confondendo significanti e significati. Mancano i concetti di mercato, concorrenza e merito? A me sembra che manchino al più quelle parole non quei concetti.

Art. 41 L'iniziativa economica privata é libera.

La Carta non sta parlando di mercato e concorrenza?

Art.36 il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro.....

La Carta non sta parlando di merito?

Art. 34 ....I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

Qui merito é presente nella Carta anche come significante.

Allora Brunetta probabilmente desidererebbe soltanto un linguaggio più aggiornato (magari da aggiornare periodicamente, a cura di una commissione di filosofi del linguaggio, semiologi e linguisti).

Ma veniamo alla prima parte del discorso. "Repubblica democratica fondata sul lavoro" non significa niente?  Volendo essere ragionevoli, potremmo convenire che la proposizione é alquanto vaga. Il punto però  é che il principio é finito con l'apparire sempre più vago proprio per non aver avuto concreta applicazione, come certe liturgie cui il fedele partecipi senza vera adesione e senza capirne il senso.

Se fosse chiaro, come ricordava Calamandrei   che "la Costituzione contiene in sè un programma politico concordato, diventato legge, che é obbligo realizzare",   i cittadini dovrebbero agitare quella Carta denunciando come illegali leggi ordinarie, provvedimenti, comportamenti che la violano.  

Detto diversamente, soprattutto  i partiti che al lavoro  e all'eguaglianza si ispirano (la sinistra, in sintesi)  dovrebbero, debbono pretendere ogni giorno l'osservanza di quei principi.

Mi aspetteri allora che siano  considerate e denunciate come incostituzionali situazioni cui si é abituati e cui non ci si dovrebbe mai abituare. Fermiamoci, per brevità, allo scandalo maggiore e più evidente rispetto alla promessa dell'art.1: la disoccupazione. Per vago  che possa essere  l'art.1, la disoccupazione, quella cronica diciamo per essere prudenti, non é coerente con quel  programma costituzionale. Non é coerente a maggior ragione con il secondo comma dell'art. 3 là dove si chiede che siano rimossi "gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."  Se imparassimo a considerare la disoccupazione  inaccettabile, anche alla luce della legge, la legge fondamentale, la Costituzione, dovremmo pretendere una soluzione. 

E le possibili soluzioni, tutte,  dovrebbero essere studiate a scuola. E quelle scelte dai partiti, secondo i loro orientamenti, dovrebbero essere presentate ed agitate davanti ai cittadini con priorità rispetto ai temi delle ronde, dei grembiulini o del processo breve.

A) Una soluzione sarebbe il comunismo, come lo abbiamo conosciuto. Ma, a parte che oggi sarebbe sgradita alla maggioranza dei cittadini, sarebbe in contraddizione con principi costituzionali quale l'art. 41 prima citato.

B) Altra soluzione sarebbe l'imponibile di manodopera, cioé l'obbligo per le imprese di assumere una quota di disoccupati di lunga durata, estendendo il principio per cui attualmente le imprese hanno l'obbligo di assumere quote di persone con ridotta capacità lavorativa. 

C) Il salario minimo garantito a tutela di inoccupati e disoccupati (tutti, da qualunque forma contrattuale provenienti ), misura compatibile anche con la soluzione B

D) Misure per una migliore valutazione delle competenze, sia al fine di contribuire all'orientamento dei giovani verso percorsi di studio e di carriera più coerenti con le loro risorse e con i bisogni sociali e del mercato (bilancio di competenze), sia al fine di offrire alle imprese una certificazione credibile delle competenze presenti nel mercato (valutazione delle competenze). Queste cose si fanno così episodicamente in italia che nè gli studenti nè i lavoratori se ne sono accorti. 

E) Generalizzazione del prestito di onore, a fronte degli oneri attesi per un percorso di studi o, se si vuole, per l'acquisto o l'affitto di un appartamento, oltre che per l'avvio di un'attività autonoma. Il prestito sarebbe  misura meno onerosa e più responsabilizzante rispetto ai sostegni vigenti (per pochi) a titolo gratuito (oltre che per le iniziative economiche, nella forma di borse di studio che, condizionate dal reddito, finiscono troppo spesso per privilegiare i figli degli evasori) .

F) Misure che rompino lo scambio clientelare per il quale l'impresa assume il meno capace perché recupera abbondantemente la diseconomia connessa alla rinuncia al più capace, acquisendo vantaggi e risorse improprie dallo sponsor politico o mafioso (il massiccio fenomeno di imponibile di manodopera oggi subito dalle imprese  e che non scandalizza i liberisti alla Brunetta).

Mi fermo qui, chiarendo che un governo di destra (sto parlando di una destra costituzionale ipotetica, non di Gasparri, Cicchitto o Brunetta) sperimenterebbe possibilmente le politiche meno direttive e più "liberali" proprie dei punti D, E, F, mentre la sinistra più facilmente guarderebbe ai punti B e C (se non A che non sarà mai o per molto tempo all'ordine del giorno...).

 Aggiungo una visione di un futuro possibile qualora  l'art. 1 venisse cancellato, magari  insieme al secondo comma dell'art. 3 e al secondo dell'art. 41, citato, dove si contempera libertà economica e socialità, affermando che la iniziativa economica privata "non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana" (anche degli immigrati, ritengo, pur non presenti nella prospettiva dell'Assemblea costituente).

Se questi "pezzi" venissero abrogati, immagino  raduni e manifestazioni con la nuova, aggiornata Costituzione agitata dalle mani di grandi manager, grandi cantanti, piloti di formula , 1 costruttori, notai, etc.  più consapevoli dei loro interessi di quanto non siano oggi molti strati popolari. E immagino slogan del tipo "aliquota unica al 20%", "difendiamo la Costituzione : libertà per i capitali". E, per far massa, aggregando qualche scimunito, "non ci sono neri italiani". 

 

 

 

 

 

 

 

 

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