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Fini, Becket e il suo re
post pubblicato in diario, il 5 agosto 2010

Becket  e altri fantasmi

Thomas Becket era un sanguigno compagno di bagordi di Enrico II, re di Inghilterra, sul finire del XII secolo. Così lo descrive  Jean Anuilh  nel dramma  Becket eil suo re. Sicuro di fare la mossa politicamente più avveduta in una fase di aspro conflitto con la Chiesa di Roma, il re nomina Becket arcivescovo di Canterbury e primate di Inghilterra. Succede però l’imprevisto. Imprevisto per chi ignori  i fantasmi ideali che agitano le teste degli uomini. Becket, indossati i paramenti sacri, diventa un altro. Diventa un vescovo. Conquistato a quel ruolo,  non può che contestare le pretese monarchiche avverse alla Chiesa. Dopo una inutile fase di blandizie al re non resta altra scelta che l’assassinio. La suggestione esercitata dalla vicenda è provata dalla versione cinematografica di grande successo, oltre che dal fatto che Thomas Elliott si fosse anch'egli misurato con quei personaggi  nel dramma che conosciamo con il titolo Assassinio in cattedrale.

Ho in mente questi e altri fantasmi storici e letterari da quando il conflitto fra Berlusconi e Fini si è inasprito fino a far presagire la rottura poi consumata. Oltre che sui miei fantasmi,  rifletto  su quelli di Fini, sulle fonti culturali e ”mitiche” del suo percorso, sui modelli cui egli si è ispirato, sull’immagine di sé che Fini ha elaborato e proietta o vuole proiettare. L’interpretazione cinico/popolare tende  a supporre interessi materiali come determinanti i percorsi politici personali. Normalmente il perseguimento del potere, finalizzato all’acquisizione del benessere economico (le ville, le cene, le escort dell’impero berlusconiano, ma  anche la barca di D’Alema). Credo che, pur ammettendo la parziale fondatezza dell’approccio “materialistico”, bisognerebbe ogni tanto ragionare sulle fantasie e sui fantasmi che ispirano gli uomini e i politici nella  costruzione della loro identità e dei loro tragitti di vita, con diversi gradi consapevolezza. Ora, con tale approccio,  provo a ricostruire il percorso di Fini.

La conversione e  la fatica dell’autoformazione

Quando Fini “fascista” si converte alla democrazia? Non deve essere  ancora convertito quando, il 23 novembre del '93,  é sdoganato da Berlusconi che dice di preferirlo a Rutelli come sindaco di Roma. Non ancora l’11 dicembre dello stesso anno quando  affianca Alleanza Nazionale allo storico simbolo del MSI, operazione piuttosto cosmetica, se è vero che di lì a pochi mesi (30 marzo '94), in una intervista alla Stampa definisce Mussolini “Il più grande statista del secolo”, precisando “Ci sono fasi in cui la libertà non è tra i valori preminenti”. E, significativamente, alla domanda “Berlusconi può eguagliarlo?” la risposta è “Berlusconi dovrà pedalare per dimostrare di appartenere alla storia come Mussolini”. In quel momento Fini pensa di portarsi appresso tranquillamente, revisionato quanto basta, il bagaglio neofascista  nel Polo del Buon Governo  che sarà vittorioso alle elezioni di quell’anno.

Eppure la svolta di Fiuggi (25-29 gennaio '95) non è lontana. Cancellato il  MSI, Alleanza Nazionale  assume i valori della destra conservatrice e la cultura nazionale di “Dante e di Macchiavelli,, di Rosmini e di Gioberti, di Mazzini e di Corradini, di Croce, di Gentile e anche di Gramsci”.  E, si afferma nelle tesi: “E’ giusto chiedere alla destra italiana di affermare senza reticenza che l’antifascismo fu un momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato”.  E’ possibile un tale cambiamento in pochi mesi? Sì e no. No, se ci riferiamo ad una conversione del cuore. Sì, se ci riferiamo alla decisione di convertirsi. 

Quando si rielabora un progetto di sé, per una fase più o meno lunga il nuovo vestito che si indossa non è portato sempre con naturalezza. Ci sono momenti rivelatori di un disagio perdurante.  Margherita Youcernar nel bellissimo “Le memorie di Adriano”, storia dell'autoformazione dell’imperatore romano, fa dire al protagonista faticosamente impegnato con le piccole e grandi azioni di ogni giorno, nel perseguimento del modello di uomo e di statista che si è imposto: “Così pian piano le mie azioni mi formavano”. Pian piano appunto. 

Procediamo per grandi linee. Sorvoliamo sull’esperienza fallimentare dell’Elefantino in cui  AN si allea con Segni, nel '99, allontanandosi da Forza Italia. E sorvoliamo, dopo la nuova alleanza con Berlusconi nel segno della Casa delle Libertà, sul  ruolo discusso di Fini, vicepresidente del Consiglio dei ministri, presente nella sala operativa della questura,  durante il G8 di Genova (19-22 luglio 2001) concluso con la mattanza della Diaz e di Bolzaneto. Andiamo  al  2 luglio del 2003. Berlusconi premier con Fini vice, presenta la piattaforma per il semestre di presidenza italiana al Parlamento di Strasburgo. Schulz, portavoce dei socialdemocratici tedeschi, è critico verso il premier, nei limiti del galateo istituzionale. Berlusconi però lo rintuzza sgarbatamente – forte, per così dire, dell’ignoranza che gli consente impavide gaffe – fino a proporlo per la parte del Kapò in un film di imminente realizzazione. Fini  – qualche volta lo dimostrerà -  non è un mostro di cultura storica, ma qualcosa più di Berlusconi, grande sostenitore di Cepu, ha studiato. E’ consapevole dello schiaffo inaudito rivolto ad un tedesco, per lo più socialdemocratico, del partito di quel cancelliere Brandt, antifascista da sempre e premio Nobel per la pace, che il 7 dicembre del '70 a Varsavia si era inginocchiato dinnanzi al monumento che ricordava la distruzione del ghetto per chiedere perdono a nome del popolo tedesco. Le registrazioni ci  mostrano un Fini inquieto come l’impotente maggiordomo di un cafone di successo che la sta facendo grossa. Vorrebbe sparire, ma è  a fianco del “grande leader” cui sembra tirare la giacca. Inutilmente. La convivenza sarà sempre difficile. Berlusconi cavalca un’avventura solitaria e peronista. Non gli serve un partito vero e non gli servono contraddittori. E’ l’antipolitica al potere. Fini è politico da sempre, perbenista anche nella fase fascista. Adesso frequenta i salotti buoni, nazionali e internazionali,  che non gli dicono più “no, tu no”. E sta guardando con attenzione ai modelli europei di conservatorismo liberale assolutamente chiuso ai fascismi. Aznar, prima, poi Sarkozy e Cameron.

I fantasmi spagnoli

 Aznar in particolare, capo del governo spagnolo nel periodo 1996-2004, è per Fini un modello prezioso. E’ stato falangista in epoca franchista e adesso è al vertice di un partito, il Partito popolare,  e di un esecutivo che hanno  fatto e chiuso i conti col passato. Fini riconosce nella recente storia spagnola i segni inoppugnabili di conversioni compiute. Il tentativo di golpe del tenente colonnello Tejero che irrompe con un manipolo di soldati nel Parlamento spagnolo il 23 febbraio del 1981 consegna alla memoria, grazie alle telecamere accese, il coraggio di tre uomini. Uno è il leader comunista Carrillo, gli altri due sono il presidente del consiglio dimissionario Suarez e il generale, ministro della difesa, Mellado, entrambi nel passato partecipi del regime franchista. Tejero e i suoi uomini sparano raffiche a scopo intimidatorio. Parlamentari e ministri si rifugiano sotto gli scranni. Tutti tranne tre. Carrillo e Suarez restano seduti ai loro posti. Addirittura  Mellado inveisce contro Tejero e si lancia verso lui e i suoi miliziani.

Cosa può aver insegnato questo fatto emblematico a Fini,  non a quello dell’81, bensì  a quello che ha deciso la conversione?  Che tre uomini così diversi possono insieme sfidare il pericolo in nome di una comune fedeltà alle Istituzioni: qualcosa che somiglia molto allo spirito del Comitato di Liberazione Nazionale o all’arco costituzionale che per tutta la prima Repubblica aveva accomunato maggioranza e opposizione nella conventio ad excludendum rivolta ai neofascisti (e a Fini). Che quelli che sono franchisti (insomma fascisti) possono cambiare così profondamente se stessi, magari   senza buttar via tutto del proprio passato. Piuttosto metabolizzando i materiali del passato per una forma nuova in cui il mito del coraggio e della morte così caro alla letteratura fascista diventa resistenza al golpe e la sacralità delle gerarchie diventa sacralità delle Istituzioni.

Fra ripudio esplicito e rigurgiti  inconsapevoli

Uno scarto vistoso c’è il 24 novembre del 2004. Durante la visita al museo dell’Olocausto nella finalmente realizzata visita ad Israele, dopo tanti veti, ora  da ministro degli Esteri, oltre che vicepremier,  Fini  pronuncia il ripudio solenne del al proprio passato: “Il fascismo è il male assoluto” E nella condanna netta, senza sfumature, è  accomunata la politica antisemita del fascismo e la Repubblica sociale.

Il rifiuto del fascismo è in Fini anche e soprattutto rifiuto del caudillismo ovvero del  governo personale e carismatico, dell'adorazione del capo (meno male che Silvio c'è...),  della retorica, dell’improvvisazione. Quando Berlusconi sale sul predellino e annuncia il nuovo soggetto politico (18 novembre 2007) Fini è durissimo “Siamo alle comiche finali”. Mentre però Casini con i suoi piglia il largo rispetto alla deriva, Fini ha un ripensamento. Probabilmente la convenienza e la paura di un ritorno nella marginalità lo fanno rientrare, assumendo il ruolo di cofondatore. Il voltafaccia non gli sarà perdonato da Casini. Fini indosserà allora le vesti del moderato e  del moderatore e infine del dissidente dentro il Pdl.

L’atteggiamento ed il linguaggio di Fini sono stati da sempre e sempre più appariranno distanti rispetto a quelli berlusconiani. L’evidente alta considerazione di se stesso non è  mai disgiunta in Fini da pacatezza e sobrietà, magari accompagnata frequentemente da acidità dei toni. Un po’ il D’Alema della destra potremmo azzardare. Come D’Alema, avverso alla personalizzazione della politica, al movimentismo e all’antipolitica. Non è per nulla casuale la collaborazione frequente dei due uomini attraverso le rispettive Fondazioni, Italianieuropei di D’Alema e Farefuturo di Fini.

Eppure, poco più tardi  di un paio d’anni fa non manca una clamorosa "scivolata”. E’ il 14 maggio del 2008. L’alleanza fra il nuovo soggetto politico,  Il Popolo della libertà,  e la Lega ha stravinto le politiche. Fini, che forse ancora punta alla successione a Berlusconi,  è agli esordi della Presidenza della Camera. C’è il dibattito sulla fiducia. Prende la parola Di Pietro che è duro, come sempre, verso il premier. Clamori e interruzioni dalla maggioranza. Fini, un po’ paternalista, un po’ complice, guarda ai deputati del Pdl: “Lasciatelo parlare”. Senza successo, probabilmente  per la scarsa energia e per l’ambiguità del richiamo. Di Pietro si rivolge  al presidente della Camera chiedendone l’intervento. E Fini: “Onorevole Di Pietro, lei sa che è abbastanza naturale che ci siano interruzioni. Anche se dipende da quello che si dice”. L’ex presidente Casini che prende la parola subito dopo dà una severa lezione istituzionale al suo successore: “In Parlamento non si può decidere di far parlare le persone solo in base a quello che dicono”. Casini ha una cultura storica e istituzionale sicuramente più antica e solida rispetto a Fini. E con tutta probabilità non gli sfugge l’analogia “sinistra” che tanti coglieranno con l’atteggiamento vile e fazioso del Presidente Rocco durante l’ultimo intervento alla Camera di Matteotti (24 maggio 1924), quando, di fronte alla gazzarra fascista, così si rivolge al deputato socialista:  “Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi incidenti.” E poi  “Ha facoltà di parlare, ma prudentemente”.   “Io chiedo di parlare non  prudentemente né imprudentemente, ma parlamentarmente” fu la vana risposta di Matteotti di lì a poco assassinato.

Cesare e Bruto, quello di Shakespeare

Fini non sbaglierà più. Il feeling con Napolitano, costantemente difeso nelle sue prerogative dagli assalti berlusconiani, è fra i segni più evidenti della conversione compiuta. I panni  istituzionali adesso calzano a pennello.  Fini è a proprio agio in quelle vesti, come Marchionne nei suoi maglioni.

E continuano i segnali che registrano la strada percorsa. Qualche esempio. Il 14 maggio del 2009, Fini, incontrando nelle sue vesti di Presidente della Camera, le associazioni gay, apre all’ipotesi di convivenze riconosciute, per tutti, compresi i gay. Enorme è la distanza dal  Fini di 10 anni prima che, al Maurizio Costanzo show (7 aprile '98), aveva proclamato l’impossibilità per un omosessuale, come per un pedofilo - ecco il paragone sconsideratamente insultante - di fare il maestro.

Molte battaglie ora sono condotte da uomini e donne della sua area nella fondazione Farefuturo  e poi nei circoli di Generazione Italia. La polemica contro la cultura berlusconiana della cooptazione di corpi femminili nella classe dirigente del partito, a prescindere da ogni curriculum  politico è spietata nel web della fondazione e negli interventi di Sofia Ventura (v.articolo del 27 aprile 2009 Donne in politica: il velinismo non serve) presenza frequente nei talk show invisi al cavaliere, insieme al documentario di Lorella Zanardo su Il corpo delle donne. Sul fronte culturale la produzione dei finiani è abbastanza consistente. In altra direzione rispetto allo spregio per i dotti e il “culturame” , virus fascista che, assieme ad altri della stessa matrice, quale il machismo, ora è trasmigrato fra i berluscones infettando sopra tutti – paradossalmente – il ministro della cultura, Bondi, che delle invettive contro intellettuali e operatori dello spettacolo fa la sua mission, in competizione con il collega Brunetta. 

Da presidente della Camera Fini dialoga con l’opposizione. Anzi, a margine dei lavori parlamentari, il Presidente  realizza aperture e convergenze notevoli. Qualche esempio. La presentazione del libro di Marino Nelle tue mani. Medicina, etica e diritti  il 5 marzo di quest’anno a Montecitorio, con palese prossimità  sui temi del testamento biologico con l'esponente del Pd. Altro  esempio sugli immigrati, con la proposta del voto amministrativo e una cittadinanza breve per  i figli nati in Italia, privilegiando l'identità culturale, nel superamento del diritto di sangue e di suolo dello scorso secolo. Qui Fini sposa chiaramente le strategie di integrazione care alla sinistra e legge l’integrazione come misura di prevenzione per l’ordine sociale e la sicurezza. Diciamo pure che Fini si è spinto tanto in avanti da essere oggi spiazzato dal suo modello Sarkozy che recentemente ha ipotizzato il percorso inverso: la perdita della cittadinanza per gli immigrati che delinquono.

Sulla difesa dell'identità nazionale Fini ha una rendita di posizione, in continuità con la sua storia trascorsa. Può infatti far argine al localismo e al federalismo purchessia della Lega, condizionandolo alla  fattibilità economica e all'unità nazionale. In nome dell'interesse nazionale può apparire inoltre l'alfiere della lotta alla globalizzazione quando sia in contrasto con gli interessi del paese (e questo il pensiero ingenuo coglie facilmente, non riuscendo a vedere con altrettanta facilità i vantaggi del mercato globale, meno immediatamente visibili). E’ sulla legalità però la distinzione insopportabile. Su questa non c’è compromesso possibile perché sulla illegalità, annidata nei gangli del potere, si regge il sistema berlusconiano, a dispetto della faccia feroce verso la microcriminalità e di qualche successo nel contrasto alla criminalità mafiosa (che però la Lega e Maroni si intestano).

Oggi  Fini può gioire delle recenti condanne di Famiglia Cristiana contro i ministri “ridotti a servitori del capo”, mentre i berlusconiani, avvezzi alla religione dello scambio,  autenticamente esterrefatti, si chiedono: “Ma come? Dopo tanti favori?”

La critica  al cesarismo si era è progressivamente inasprita. Il 6  novembre 2009, a Pescara, in occasione della consegna del premio Borsellino,  Fini si confida con il procuratore Trifuoggi, non sospettando dei microfoni aperti: “Confonde la leadership con la monarchia assoluta” dice del premier” E scherza sui rischi per un monarca di essere decapitato. 

Quando il conflitto fra i cofondatori è apparso irrisolvibile hanno preso a circolare nella stampa, fra gli opinionisti e fra la gente i fantasmi di Cesare e  Bruto. Per i berluscones facilmente Fini poteva rappresentare il figlio ingrato ed omicida. Fini avrà anch’egli sicuramente visitato quei fantasmi e si sarà visto nuovo Bruto. Nella versione del  Bruto scespiriano però di cui il rivale Antonio dirà :

”Nobile d’animo, per puri intendimenti, per il bene pubblico, si unì a loro”. Il Bruto scespiriano non è quello della vulgata preferita dai berlusconiani, del figlio traditore. E’ un uomo tormentato, disposto a dare a vita perché a Roma non si affermi una monarchia.  

Nella direzione nazionale del Pdl del 22 aprile scorso Berlusconi rinfaccia al  cofondatore – non senza qualche ragione – di aver  interpretato insieme due ruoli, quello del Presidente super partes e quello del capo corrente. Coprendosi della veste istituzionale per defilarsi nella campagna elettorale per le regionali, mentre la stessa veste non gli ha impedito di fondare una corrente e un’opposizione interna al governo. Naturalmente Berlusconi non ha avuto nulla da obiettare fino a quando Fini ha interpretato il ruolo istituzionale  come da lui desiderato (fino al maggio 2008 e il voto di fiducia di cui abbiamo detto). Del resto non ha certo obiettato ad alcuna dichiarazione del presidente del Senato, Schifani, sempre elegante e composto e però visibilmente mai dimentico della maggioranza che lo ha eletto. La richiesta quindi di scegliere fra un ruolo e l’altro era formalmente corretta, anche se non ancorata ad alcuna prescrizione costituzionale o di qualunque tipo. Fini comunque non vuole scegliere.

La paura dell’amaro calice prima del salto

Immediatamente prima del “Gran Consiglio” del 29 luglio dell’Ufficio politico del Pdl che sancirà la rottura definitiva, Fini ha l’ultima titubanza. La paura del salto è evidente, quasi – ultima mia (o anche sua?) fantasia – come nel Cristo che nell’imminenza del sacrificio, grida che sia allontanato l’amaro calice. “Resettiamo tutto” chiede in una intervista al Foglio del 28 luglio, senza risentimenti e legittimando le opinioni diverse, in nome del patto con gli elettori e della comune casa di centrodestra. L’invito è respinto e Fini deve bere l’amaro calice. Lo aspettano le squadracce di Feltri e Belpietro per riempirlo di fango.  Deve navigare verso altri lidi. Ma quali? Veramente appartiene ancora alla destra? Non a quella berlusconiana evidentemente. A quella di Sarkozy?  Forse non più, anche se Fini non potrebbe darmi ragione. Insomma,  Fini si è collocato a sinistra di Casini, sicuramente sui temi dei diritti, della laicità e della legalità (facilmente non avendo scheletri – leggi Cuffaro – nell’armadio). Così sembra pensare Chiara Moroni dissociatasi dal Pdl, durante il voto sulla sfiducia a Caliendo e aderendo al gruppo finiano di Futuro e Libertà, quando, intervistata (la Repubblica, 5 agosto), immagina nel nuovo soggetto il progetto politico "dove potrebbe trovare cittadinanza una nuova identità socialista".

Sicché, se ci fermassimo ai contenuti, tralasciando tattiche e fatti simbolici, l’alleato più naturale per il Pd, se rifiutasse la sinistra di  Vendola,  sarebbe Futuro e Libertà,  che in Europa potrebbe ormai guardare più a Clegg e ai liberaldemocratici che non a Cameron e al Ppe, anche per non dover più coabitare, neanche lì, nel Parlamento europeo, con Berlusconi.   .

 

 

 

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