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Veruschka, chi viene dall'inferno e chi vi ritorna
post pubblicato in diario, il 26 aprile 2010
La fama e il dolore


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Leggo su Repubblica di domenica 25 aprile  un'intervista di Giuseppe Videtti a Veruschka, la fotomodella tedesca, oggi settantenne, celebre anche per la partecipazione a Blow-Up di Antonioni. Scopro il  suo amore e la sua delusione per l'Italia attuale, il paese che fu per un certo tempo la sua seconda patria. "Cosa ha fatto Berlusconi alla mia Italia?" domanda. Dolente è la rievocazione dell'infanzia. Vera, il vero nome di Veruschka,  era figlia di Heinrich Graf  von Lehndorff  Steinort. Suo padre, espressione dell'aristocrazia latifondista e militare, ostile al fanatismo stragista del nazismo, avendo partecipato all'operazione Valkiria, il complotto fallito ad Hitler del 20 luglio 1944, fu giustiziato. * La futura modella, che allora aveva cinque anni, con la madre e le tre sorelle fu internata in un campo di lavoro della Gestapo, sottoposta alla tortura quotidiana dell'annuncio di una imminente eliminazione. Fin qui la sorpresa per l'inferno attraversato senza tracce evidenti  su quella che negli anni '60 fu definita semplicemente "la donna più bella del mondo".  Ma la scoperta più dolorosa è nel prosieguo del racconto, in ciò che si scorge della Germania appena restituita alla democrazia. Racconta Veruschka che un giorno la maestra esclama: "Abbiamo in classe la figlia di un traditore, di un assassino". Nello stupore generale e della stessa Veruschka, la maestra prosegue additandola: "Guarda carina che sto parlando di te".  Così la madre è costretta a rivelare la verità: "Non era un traditore. Era un eroe. Quello che adesso ti dirò però non raccontarlo a nessuno". La Germania che Veruschka ci fa intravvedere, ha due volti. Mentre la RDT entra nella sfera di dominio sovietico, la RFT, ancora "sorvegliata" dalle forze di occupazione occidentali, da un lato vota un antifascista prudente e anticomunista come Adenauer, che pare si defilasse all'ultimo momento dall'operazione Valchiria, cavandosela con pochi giorni di carcere, uno quindi con le carte in regola per rassicurare gli alleati. Dall'altro lato quella Germania non riesce a rinnegare il passato. Entro una cornice democratica conserva il mito di un sogno infranto e  odia i "diversi", i pochi che hanno dato la vita per restituire dignità e onore al paese, i cui figli devono sentirsi stranieri in patria. Gli alleati, americani, inglesi e francesi, che solo nel '55 lasceranno piena autonomia alla RFT,  lo sanno. Sanno quanto sia vivo e diffuso quel sentimento filonazista, tanto è vero che quando Vera comincia a lavorare nasconde il suo cognome tedesco, dandosi quel nome russo con cui il mondo la conoscerà. Se svelasse la sua storia Veruschka sarebbe invisa ai tedeschi perché figlia di un traditore. Se si presentasse con il suo cognome, nel resto dell'Europa riceverebbe la diffidenza che per tanto tempo sarà riservata ai tedeschi. La RFT fu condotta lentamente per mano dalla nuova classe dirigente verso l'assunzione di responsabilità e verso il ripudio della sua storia recente fino al momento topico - 1970-  rappresentato dall'inginocchiarsi del cancelliere Willi Brandt nel ghetto di Varsavia. E' una lezione che non dovremmo dimenticare, opposta al mito dei popoli che sarebbero sempre migliori dei loro governi.

In Italia la Resistenza, non elitaria come in Germania, bensì segnata dalla sanguinosa lotta partigiana,  ci ha evitato quella vergogna e quell'inferno delle coscienze. Così il 25 aprile  ha potuto essere una festa di popolo, pur in presenza di una minoranza filofascista che continuava a dare la colpa della "sconfitta"  ai traditori del 25 luglio e agli incompetenti, di cui Mussolini si sarebbe circondato, nonché di un'area grigia con un sentire ambiguo rispetto ai valori della democrazia repubblicana. 

Ricordi dell'Italia anti-partigiana

Nei miei ricordi giovanili c'è quel sentire. Se  penso al mio servizio militare, sul finire degli anni '60, in pieno centrosinistra, ricordo la persistenza di umori anti-partigiani nel nostro esercito. So di essere stato "bocciato" al concorso per Allievi Ufficiali di Complemento  per la mia partecipazione, fotografata dai carabinieri, ad un corteo di protesta per l'assassinio dello studente Paolo Rossi alla Sapienza, per mano di squadristi, nel1966.  Ricordo le giustificazioni impudenti  del colpo di stato militare del '67 in Grecia, nelle lezioni di "educazione civica"  durante la fase di addestramento. Fra i commilitoni "emarginati" nei servizi non armati (io in infermeria) che, benché spesso  laureati , non potevano neanche essere promossi caporali, ricordo uno, "colpevole" (un po' come Veruschka) di avere avuto come padre un generale che aveva fatto la Resistenza. Da questo purgatorio veniamo.

Il virus mutante del fascismo

Con il '68 e fino ai primi anni '90 sembravamo essere usciti dal purgatorio, con la destra neofascista confinata in un ghetto e con l'antifascismo apparentemente diventato senso comune, anche grazie alla pedagogia partigiana incarnata in un Presidente come Sandro Pertini ('78-'85). In questa fase l'arco costituzionale, come si chiamava lo schieramento unito nei valori dell'antifascismo, rappresenta il 90% del corpo elettorale. Guardando oggi indietro, la seconda Repubblica è preannunciata dal nuovo inquilino del Quirinale fra l'85 e il '92. Il  presidente picconatore, Francesco Cossiga, assume progressivamente uno  stile dirompente  che oggi - ahimè! - è del tutto "normale". E' uno stile ricco di allusioni, irriguardoso verso le Istituzioni, tronfiamente sarcastico, incline alla  personalizzazione  e banalizzazione dei conflitti politici (tu dici questo  perché sei figlio di...oppure perché sei nato a......oppure perché tua moglie ha.....), aggressivo contro i coraggiosi, sospettati di avere un tornaconto personale se si battono contro la corruzione e le mafie. Mi basta citare l'attacco contro Rosario Livatino, giudice siciliano ucciso dalla mafia a trentott'anni, che il peggiore presidente della nostra storia poté chiamare per delegittimarlo "giudice ragazzino". Da lì poi la voga delle insinuazioni contro "i professionisti dell'antimafia" a partire da Giovanni Falcone.** Con la seconda Repubblica, superati gli antichi steccati,  il virus del fascismo ha preso a migrare. Come i più pericolosi fra i virus, il fascismo muta alcune caratteristiche secondarie (e il nome) per mimetizzarsi. Anzi, per meglio  mimetizzarsi è capace di perdere anche la consapevolezza di se stesso. Autoingannandosi non è costretto a recitare una parte, è spontaneo, sincero e micidiale. E' circolato nella rete recentemente un ritratto che con tutta evidenza sembrava parlasse di Berlusconi, tranne leggere alla fine che si trattava di un ritratto di Mussolini ad opera di Elsa Morante. Così, a dispetto della speranza di una storia condivisa, con il Fini del 2003 che osa proclamare il fascismo "male assoluto", il virus migrato fa dire nello stesso anno al presidente del consiglio di un fascismo mite che non ammazzava nessuno e mandava gli oppositori in vacanza nelle nostre splendide isole, non al confino, come tutti stupidamente credevamo.  Del resto, a prova della perdita della memoria dei governanti della nuova destra, in un Porta a Porta del 2000, Berlusconi davanti ad un esterrefatto Bertinotti, aveva promesso di far visita al "povero papà Cervi" in realtà morto da 30 anni e a nulla valse la correzione educata dell'interlocutore. Siamo entrati in una fase in cui non è dignitoso ascoltare o cedere la parola. Tanto nessuno apprezzerà altro che questo: l'impavida sicurezza che solo l'ignoranza consente di esibire con tanta tranquillità. E se Mussolini urlava contro le potenze plutocratiche e reazionarie dell'occidente (Francia, Inghilterra), Berlusconi e i berlusconiani euroscettici prendono le distanze dall'Europa (sempre Francia, Inghilterra e - novità - anche la nuova Germania) e contro i poteri forti. Come  si inveiva allora contro il "culturame",  si inveisce oggi contro gli intellettuali  ed i "radical chic" (con in prima fila, oltre ai vecchi neofascisti rivitalizzati, gli ex comunisti convertiti sulla via del potere, compreso il ministro della cultura).

Per anni Berlusconi rifiuta di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile. Comincia a farlo lo scorso anno ad Onna, in Abruzzo. Perché convertito all'antifascismo? Perché trova attraente apparire col fazzoletto tricolore al collo nel paese devastato dal terremoto? Perché qualcuno gli suggerisce che è opportuno salvare la forma per scongiurare veti all'ascesa al Quirinale? Affinché  l'Italia antifascista non si illuda troppo Berlusconi precisa che c'erano persone in buona fede nella parte sbagliata e c'era chi commise errori e colpe fra i partigiani. E propone di chiamare il 25 aprile "festa della libertà", con chiara assonanza al suo Popolo della libertà, egualmente avverso al fascismo come al comunismo. Anzi avverso più al comunismo che è più pericoloso.  

Quest'anno apparentemente un passo avanti del presidente del consiglio, prima, il 24, alla Scala di Milano ad ascoltare Napolitano. Infine Berlusconi, ascoltando l'invito ad un maggiore protagonismo suggeritogli dai meno distanti nel suo partito dallo spirito resistenziale (Formigoni, Moratti), si propone in un breve  messaggio televisivo celebrando a suo modo la festa che chiama ancora della libertà. I suoi intanto si fanno sentire. La Russa invita a "superare vecchie contrapposizioni" e riduce la Liberazione ad un conflitto epico di ragioni contrapposte e di eguale dignità, un po' come greci-troiani.   

In quanto alla Lega,il virus è entrato nel suo corpo, nella forma del razzismo xenofobo. Il governatore del Veneto, Zaia, si guarda bene dall'antifascismo degli esordi quando i leghisti usavano "fascista" come un insulto, nel nome della polemica antistatuale. Ora Zaia  attacca l'Anpi e i partigiani  che "come i vietcong, mostrano di non accorgersi che la guerra è finita". *** A Montichiari, in provincia di Brescia,  il sindaco filoleghista Elena Zanoli non concede la piazza per le manifestazioni del 25 aprile e del 1 maggio, perché  manifestazioni "politiche", agibili solo in periodo elettorale. Nella gara revisionista "a chi la dice più grossa", il presidente Pdl della provincia di Salerno, Edmondo Cirielli, fa affiggere un manifesto per celebrare il 25 aprile in cui la Liberazione è attribuita totalmente agli USA, mentre i partigiani non sono neanche menzionati. Seguono proteste diffuse fra le quali quella di Violante che, contestando l'omissione, ricorda che l'Italia fra le potenze sconfitte fu l'unica che, a differenza di Germania e Giappone, edificò autonomamente la propria Carta Costituzionale proprio perché con la partecipazione popolare alla Resistenza aveva dimostrato di essere un paese non bisognoso di tutela. Cirielli replica che i partigiani comunisti non si batterono per la libertà ma per una nuova dittatura. Evidentemente questa consapevolezza non avevano i partigiani di altro orientamento, socialisti, azionisti, liberali, monarchici che con le brigate Garibaldi (i comunisti) condivisero la lotta di liberazione. Ne ebbero dubbi gli ufficiali e soldati che a Cefalonia scelsero di morire piuttosto che combattere a fianco dei tedeschi. Erano comunisti anche loro? Anche a Cefalonia si morì per instaurare un'altra dittatura? E i militari italiani internati nei campi di concentramento nazisti perché scelsero nella stragrande maggioranza di morire lì piuttosto che servire la Repubblica Sociale? A questa domanda c'è la risposta del ministro della Difesa che parla di una scelta di "comodità", in assoluta coerenza con la trionfante sicumera di chi, non avendo coraggio,  non crede al coraggio degli altri (sindrome di cui così efficacemente ha scritto Saviano).. 

Cos'altro? Mentre il paese sprofonda, l'informazione segnala il dato della disoccupazione che, per quanto in peggioramento, resta lievemente sotto la media europea. Dato poco significativo che occulta quello, pessimo, dell'occupazione in cui l'Italia è maglia nera. E l'informazione filogovernativa (quasi tutta la TV e gran parte della stampa) non  spiega che la discrepanza fra i due dati è effetto dello scoraggiamento degli inoccupati che si ritirano dal mercato del lavoro per tornare ai fornelli (nel caso di donne che magari sperano nel futuro quoziente familiare) o per  transitare verso il mercato nero, se non, peggio, nella mangiatoia  della illegalità. E cresce l'astensionismo elettorale. E cresce il gioco d'azzardo. Poiché non c'è progetto di vita e di investimento che appaia sensato, meglio l'Enalotto. L'inferno non è lontano.

     

* Per comprendere l'antifascismo di destra, di ambienti militari e aristocratici, è illuminante il racconto di un fallito atentato al Furer nel '43. Si voleva sparargli quando si sarebbe seduto a mensa con un gruppo di ufficiali. Si rinunciò perché "non è decoroso sparare a un uomo durante il pranzo". (M. Baigent, R. Leigh, I segreti della Germania nazista, Roma, 2000).

** "Anche sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi". (Giacomo Leopardi, Pensieri)

"L'Italia è un paese cattivo. Molto cattivo". (Roberto Saviano, Le parole contro la camorra, 2010) 

Il mio giudizio su Cossiga potrà sembrare "eccessivo". Lo confermo, insieme al sospetto che la riverenza verso il personaggio, non solo nella destra, sia addebitabile al timore nei riguardi di un custode di troppi segreti.

*** A proposito del nesso ignoranza/spavalderia, naturalmente Zaia ha confuso i vietcong con i giapponesi smarriti nella giungla.
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