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Un filosofo in ogni azienda, ma gli studenti non lo sanno
post pubblicato in diario, il 29 aprile 2011

Ho partecipato ieri   a un incontro  sul tema “Un filosofo in ogni azienda” presso l’Università Roma Tre. Relatori erano i protagonisti di una esperienza formativa/lavorativa realizzata, oltre che da Roma Tre e dalla Sapienza (facoltà di lettere e filosofia),  da Epistematica, società di servizi di knowledge management alle imprese.  In breve la società sostiene le aziende interessate a formalizzare e archiviare il patrimonio di conoscenze possedute affinché non siano disperse e ne sia socializzata e ottimizzata la fruizione. Dopo essersi naturalmente dotata di competenze informatiche, Epistematica ha compreso il bisogno di una competenza diversa che mettesse in comunicazione e unificasse i linguaggi multidisciplinari prima di immetterli nel calcolatore. La competenza è stata individuata nella filosofia e nella logica filosofica. E l’Università ha completato  la preparazione filosofica di base, “curvandola” al compito previsto, con un tirocinio rivolto a laureati specialistici di filosofia. Attualmente Epistematica collabora, ad esempio, conl’Ente Spaziale Europeo cui fornisce strumenti logico-filosofico-informatici.

La  filosofia in azienda non è una novità assoluta. E’ presente da qualche tempo, in competizione con sociologia o psicologia delle organizzazioni,  nella forma di consulenza filosofica per chiarire e sostenere le motivazioni aziendali, in particolare dei dirigenti. Su questo cerco  di esprimere il mio favore e la mia perplessità.  Il mio favore riguarda la giusta intuizione che il clima aziendale, i valori e le credenze di proprietari, dirigenti e operatori siano decisive quanto e più di una battaglia vinta con la concorrenza o con il sindacato. La mia perplessità riguarda invece il rischio che vedo concreto della inefficacia pratica di molte “consulenze”,  della ritualizzazione della formazione  e consulenza con formule seduttive, della ricerca snob in talune aziende di atteggiamenti  “colti” e innovatori. Su questo avevo e conservo una riserva critica. Altra diffidenza riguarda quello che a mio avviso è il risultato di spinte “corporative” contrapposte che stabiliscono gratuiti steccati  fra albi e discipline (psicologi, sociologi, filosofi, appunto) e inibiscono l’ottimale collocazione delle competenze.

Più  pienamente convinto sono sugli esiti di  altre esperienze filosofiche non consuete come Philosophy  for children, pratica non nuova eppur poco diffusa,  intenzionata a fornire ai giovanissimi strumenti concettuali  indebitamente sequestrati dai licei e dalle facoltà universitarie. Ragionevolmente convinto sono stato altresì  dall’esperienza incontrata ieri a Roma Tre.

Questa è la prima parte della mia riflessione sulla giornata di ieri. La seconda è solo  apparentemente più marginale.  Ho impiegato mezz’ora a trovare nella facoltà di filosofia di Roma Tre l’indicata sala delle conferenze. Non era presente nella segnaletica. Non era conosciuta dai diversi studenti  interrogati né dal  personale incontrato. Non era l’aula magna verso cui mi aveva indirizzata una studentessa,  meritevole per aver cercato  di reinterpretare un codice linguistico.Insomma,  infine ho trovato per caso la sala conferenze, salendo  e scendendo scale e girando qua e là.  Questo mi ha fatto interrogare sull’orientamento degli studenti e sulla loro possibilità di fruire di spazi e opportunità. La perplessità è cresciuta entrando nella sala, accolto con grade cortesia. Non più di 20 ascoltatori. Forse un paio di studenti.

Concludo.  Ero e sono convinto che – a differenza di quanto ritengono la Gelmini, Sacconi e Sallusti-  non siano troppi i laureati in filosofia o in scienze della comunicazione,come, per  altri aspetti, non siano troppi gli attuali docenti  precari. Non basta riferirsi alla mitica domanda cui dovrebbe adeguarsi l’offerta. La qualità dell’offerta determina altresì la domanda. Se i cineasti italiani producessero più capolavori la domanda degli italiani si sposterebbe un tantino dal consumo di pizzette e gratta e vinci al consumo di film. Sono troppi  filosofi, comunicatori e docenti  se restano invariate le attuali opzioni politiche, le nostre scelte di vita e di consumo,  se resta quella che è l’intelligenza media degli imprenditori. Sono comunque troppi  se non crescono le motivazioni degli studenti, le loro capacità di orientamento, le loro capacità di autoimprenditività e marketing.  E se non cresce l’investimento sociale  e delle istituzioni formative nella guida e nell’orientamento continuo dei giovani.  Nella sala conferenze di  Roma Tre ieri non dovevano essere presenti un paio di studenti. Un filosofo in ogni azienda, ma gli studenti non lo sanno

 


La cultura di Sallusti, di Scilipoti e degli studenti
post pubblicato in diario, il 17 dicembre 2010
Exit sulla 7 mi mostra la devastazione di Roma e il lancio di sassi e fumogeni al riparo degli scudi coi segni della cultura (Il tropico del Cancro, La Nausea, etc.). Quegli scudi erano stati la splendida invenzione degli studenti per opporre una metafora colta alla barbarie dei tagli alla cultura e allo scempio della speranza. Ora sono strumento di guerra. Debbo pensare al Pasolini che dopo gli scontri di Villa Giulia sembrò scegliere, scandalizzando, i poliziotti contro i giovani borghesi che giocavano alla guerra: "Sapete come essere prepotenti, ricattatori e sicuri". Altri studenti avevo visto precedentemente in TV, disarmati ma diversamente prepotenti, usare la cultura come una clava contro una "povera" ministra colpevole di non avere una laurea. Così passo a riflettere su cosa sia "cultura" e come disperazione, ignoranza e presunzione dividano gli italiani che non si ascoltano più.
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I discorsi e le facce della politica
post pubblicato in diario, il 24 novembre 2010
Con un pezzo, "Se faccio il nome di _Berlusconi si aizza la canizza", su "I nuovi mostri", Oliviero Beha rifletteva amaro per commenti platealmente indifferenti al testo che avrebbero dovuto discutere. Ho tirato fuori allora appunti significativi dello stesso clima. Appunti dai talk show televisivi. Giornalisti e politici (senza differenza alcuna) che, opposti a rappresentanti della parte avversa, si producono in critiche della faccia e del look dell'interlocutore. Contro Emmott, colpevole recidivo di denigrazione del berlusconismo, Sallusti obietta che è "un tipo strano", alludendo ai suoi rapporti con Vendola e forse a un fiore all'occhiello. Contro le critiche composte di Chiara Saraceno, Bondi non sa obiettare altro se non che la sociologa è "chic". Le argomentazioni muoiono e vincono facce, melodie e narrazioni.
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