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Della Valle e Gelmini: se non si sa di non sapere
post pubblicato in diario, il 2 ottobre 2011

Diego Della Valle ha pagato a caro prezzo (in euro sonanti)il clamore suscitato dalla sua uscita sui principali giornali italiani, POLITICI ORA BASTA.  E molti a chiedere “che ci guadagna?”,  “a cosa punta?”. E’ costume nazionale - o forse  costume umano -dubitare del  disinteresse, della gratuità di qualsiasi investimento.  Adoriamo diffidare.  Di tutto, compreso il mecenatismo e l’impegno sociale e politico non retribuito. Io invece  credo alla gratuità dell’impegno  di Della Valle per il suo Paese, come alla gratuità dell’amore filiale, materno, etc.  L’ho detto e vado avanti. Naturalmente le reazioni sono state diverse a seconda che Della Valle appaia potenzialmente un avversario (per la destra),  un concorrente (per la sinistra) o un amico (per il centro casiniano/montezemoliano).  A me pare che nel  manifesto  di Della Valle  manchi  una diagnosi delle ragioni del disastro. La cosiddetta classe politica sembra  una sventura venuta dal nulla o da Marte. Manca anche  una proposta di metodo  per la formazione di una nuova classe dirigente. Riforma elettorale? Primarie? Limite ai mandati (tre, due, uno)? Divieto  di far politica per gli inquisiti? Legge  rigorosa sul conflitto di interesse? Acquistare all’estero i politici? Nessuna risposta.

Fra le critiche (in mezzo a elogi ed elogi a metà)  non  ho riscontrato quella relativa al linguaggio e all’italiano del manifesto di Della Valle.  Il manifesto,  in trentaquattro interminabili righe,  dice quel che era già nel titolo. POLITICI ORA BASTA. Mi viene in mente l’ansia del compagno di banco al liceo che mi chiedeva “tu quante pagine hai scritto?” Ma esaminiamo le tre righe conclusive che  ribadiscono quanto detto nelle trentuno precedenti, di cui do il link in nota. 1)

A quei politici, di qualunque colore essi siano, che si sono invece contraddistinti per la totale mancanza di competenza, di dignità e di amor proprio per le sorti del Paese,saremo sicuramente in molti a volergli dire di vergognarsi.

Di qualunque colore siano  qualifica  il linguaggio che il democratico Andrea Sarrubbi  classifica correttamente come “da bar” nel pezzo “Bar Diego”  del suo blog.2)   Diciamo pure che Della Valle vuole parlare agli italiani al bar.   Altrimenti avrebbe detto: “A qualunque schieramento appartengano “  oppure “siano di maggioranza o di opposizione”. Ma deve rivolgersi a quelli che, stando al bar, non hanno molto tempo per studiare le parole giuste.  A Della Valle sfugge che al bar la comunicazione verbale è accompagnata da quella paraverbale (sospiri, il tono che si alza o si abbassa) e da quella non verbale  (scuotere la testa,  sorridere, etc.). Di  questo non dispone la scrittura.

Una perla preziosa, effetto della inerzia e vischiosità dellinguaggio, è in quello “amor proprio” per le sorti del Paese. Ma amor proprio  non significa “amore, stima per se stessi,  autostima”?  No, “amor proprio per le sorti del paese”.  Non avrà riletto. Infine “A quei politici …. saremo in molti a volergli dire di vergognarsi”. “A quei… volergli”?  D’accordo, all’università non ho neanche sostenuto l’esame di italiano e  al bar anch’io  ripeterei forse il complemento di termine “A quei… “volergli e lo ripeterei con gli singolare invece che con loro plurale. Peraltro  gli per il plurale non è  per la verità neanche scorretto. Qui  il linguaggio parlato recupera i modi della grammatica più antica, quella Di Boccaccio, ad esempio. Potremmo dire che lo gli di Della Valle  ignora le convenzioni  attuali del linguaggio scritto oppure che Della Valle sbagliando indovina.  Ma il patron della Tod’s  ha pubblicato un manifesto sui massimi giornali italiani e   con l’ambizione di redigere un manifesto “storico”, ritengo. E allora arrivo alle considerazioni che mi interessano e non sono state fatte.  Della Valle non dispone di un ghostwriter , di uno che traduca i suoi pensieri  in un italiano meno sciatto, più nitido  e pulito, che possa  accompagnare  un documento alla  storia? Eppure disponiamo di migliaia, decine di migliaia di  laureati in lettere e di vituperati  laureati in scienze della comunicazione . Ricordate? “Ma come pensa di poter lavorare con quella laurea inflazionata”, provocazione di un celebre giornalista a un giovane laureato disoccupato in un talk show,  variamente replicata poi da ministri della Repubblica.  Si è sprecata l’ironia sul comunicato della Gelmini, a proposito dei neutrini che avrebbero attraversato la famosa galleria. Non aveva scritto lei il comunicato, si è difesa  la ministra. L’autore,  vero o presunto tale,  si è dimesso dall’incarico (no, non è finito senza lavoro),  a tutela del buon nome della ministra. Nessuno è tenuto a sapere dei neutrini  e nessuno a sapere del complemento di termine.  Però, come ha detto qualcuno,“bisogna sapere quel che non si sa”, insomma essere consapevoli  delle proprie ignoranze.  La Gelmini ha dimostrato di non avere tale conoscenza  se ha scritto lei il comunicato o di non aver conoscenza dei limiti dell’incaricato,  da lei scelto con tutta probabilità per motivazioni diverse dalla competenza.  La stessa ironia allora dovremmo rivolgere alla pagina di Della Valle che ha dimostrato di “non sapere di non sapere” l’italiano. E vero,  la pagina di Della Valle è coerente con le modalità espressive   populistiche dei nostri tempi . Lo scritto è assimilato all’orale di cui replica la melodia e, non disponendo di  toni e sospiri,  rinuncia alla chiarezza dell’informazione e sposa l’ambiguità.  All’indomani della gran seduta del 29 luglio del l’ufficio di presidenza  del  Pdl che sanciva la cacciata di Fini, mi capitò di leggere una  bella analisi linguistica del  documento di quel partito,   sciatto né più né meno di quello di cui sto discutendo.La lettura, puntualissima e critica,  era opera di un giovane filologo italiano, rigorosamente disoccupato in quanto filologo e italiano.   E si capisce perché i nostri bravi laureati in lettere  e scienze della comunicazione debbano restare inoccupati.  E’ un tema che sollevo periodicamente qua e là, senza fortuna,  quello della competenza degli imprenditori.  Sui saperi e le competenze dei politici  è gioco facile. Tutti ci siamo o stupiti o divertiti o indignati per le interviste volanti di qualche tempo fa delle Iene ai parlamentari. Confondevano il  Darfur con una marca di caramelle,sbagliavano di decenni e secoli   le date della scoperta dell’America e della proclamazione del Regno d’Italia;dimostravano ignoranza grave del testo della Costituzione, etc.   Ma gli imprenditori?  A loro si contesta al più di esserei mprenditori. Di  spostare l’azienda dove essa è più redditiva.  Sì, magari il sindacato e l’opposizione  diranno  che l’imprenditore non ha saputo capire  che quella impresa a Termini Imerese o  in Sardegna può avere un brillante futuro.  Ma è ovvio che si tratta di  un copione scontato. Non mi è mai capitato invece di sentir contestare all’imprenditore di essere incapace di valutare la qualità dei suoi dipendenti.  Non si contesta ai giovani virgulti di Confindustria, eredi  di fortune familiari,  di non essere preoccupati abbastanza della propria  formazione sì da dover  tutto delegare a  costosissimi manager.   E non si contesta a Della Valle di non saper delegare la scrittura del suo manifesto, di non sapere di non sapere, esattamente come la Gelmini.  Se i nostri ministri e i nostri imprenditori  credono di sapere siamo veramente fritti. Per fortuna io, radicalmente socratico, so di non sapere praticamente nulla.  Di questo sapere mi accontento.

 

 

1)     http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2011/10/01/pop_dellavalle.shtml

2)     http://www.andreasarubbi.it/?p=6675


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permalink | inviato da salvatore1 il 2/10/2011 alle 14:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un filosofo in ogni azienda, ma gli studenti non lo sanno
post pubblicato in diario, il 29 aprile 2011

Ho partecipato ieri   a un incontro  sul tema “Un filosofo in ogni azienda” presso l’Università Roma Tre. Relatori erano i protagonisti di una esperienza formativa/lavorativa realizzata, oltre che da Roma Tre e dalla Sapienza (facoltà di lettere e filosofia),  da Epistematica, società di servizi di knowledge management alle imprese.  In breve la società sostiene le aziende interessate a formalizzare e archiviare il patrimonio di conoscenze possedute affinché non siano disperse e ne sia socializzata e ottimizzata la fruizione. Dopo essersi naturalmente dotata di competenze informatiche, Epistematica ha compreso il bisogno di una competenza diversa che mettesse in comunicazione e unificasse i linguaggi multidisciplinari prima di immetterli nel calcolatore. La competenza è stata individuata nella filosofia e nella logica filosofica. E l’Università ha completato  la preparazione filosofica di base, “curvandola” al compito previsto, con un tirocinio rivolto a laureati specialistici di filosofia. Attualmente Epistematica collabora, ad esempio, conl’Ente Spaziale Europeo cui fornisce strumenti logico-filosofico-informatici.

La  filosofia in azienda non è una novità assoluta. E’ presente da qualche tempo, in competizione con sociologia o psicologia delle organizzazioni,  nella forma di consulenza filosofica per chiarire e sostenere le motivazioni aziendali, in particolare dei dirigenti. Su questo cerco  di esprimere il mio favore e la mia perplessità.  Il mio favore riguarda la giusta intuizione che il clima aziendale, i valori e le credenze di proprietari, dirigenti e operatori siano decisive quanto e più di una battaglia vinta con la concorrenza o con il sindacato. La mia perplessità riguarda invece il rischio che vedo concreto della inefficacia pratica di molte “consulenze”,  della ritualizzazione della formazione  e consulenza con formule seduttive, della ricerca snob in talune aziende di atteggiamenti  “colti” e innovatori. Su questo avevo e conservo una riserva critica. Altra diffidenza riguarda quello che a mio avviso è il risultato di spinte “corporative” contrapposte che stabiliscono gratuiti steccati  fra albi e discipline (psicologi, sociologi, filosofi, appunto) e inibiscono l’ottimale collocazione delle competenze.

Più  pienamente convinto sono sugli esiti di  altre esperienze filosofiche non consuete come Philosophy  for children, pratica non nuova eppur poco diffusa,  intenzionata a fornire ai giovanissimi strumenti concettuali  indebitamente sequestrati dai licei e dalle facoltà universitarie. Ragionevolmente convinto sono stato altresì  dall’esperienza incontrata ieri a Roma Tre.

Questa è la prima parte della mia riflessione sulla giornata di ieri. La seconda è solo  apparentemente più marginale.  Ho impiegato mezz’ora a trovare nella facoltà di filosofia di Roma Tre l’indicata sala delle conferenze. Non era presente nella segnaletica. Non era conosciuta dai diversi studenti  interrogati né dal  personale incontrato. Non era l’aula magna verso cui mi aveva indirizzata una studentessa,  meritevole per aver cercato  di reinterpretare un codice linguistico.Insomma,  infine ho trovato per caso la sala conferenze, salendo  e scendendo scale e girando qua e là.  Questo mi ha fatto interrogare sull’orientamento degli studenti e sulla loro possibilità di fruire di spazi e opportunità. La perplessità è cresciuta entrando nella sala, accolto con grade cortesia. Non più di 20 ascoltatori. Forse un paio di studenti.

Concludo.  Ero e sono convinto che – a differenza di quanto ritengono la Gelmini, Sacconi e Sallusti-  non siano troppi i laureati in filosofia o in scienze della comunicazione,come, per  altri aspetti, non siano troppi gli attuali docenti  precari. Non basta riferirsi alla mitica domanda cui dovrebbe adeguarsi l’offerta. La qualità dell’offerta determina altresì la domanda. Se i cineasti italiani producessero più capolavori la domanda degli italiani si sposterebbe un tantino dal consumo di pizzette e gratta e vinci al consumo di film. Sono troppi  filosofi, comunicatori e docenti  se restano invariate le attuali opzioni politiche, le nostre scelte di vita e di consumo,  se resta quella che è l’intelligenza media degli imprenditori. Sono comunque troppi  se non crescono le motivazioni degli studenti, le loro capacità di orientamento, le loro capacità di autoimprenditività e marketing.  E se non cresce l’investimento sociale  e delle istituzioni formative nella guida e nell’orientamento continuo dei giovani.  Nella sala conferenze di  Roma Tre ieri non dovevano essere presenti un paio di studenti. Un filosofo in ogni azienda, ma gli studenti non lo sanno

 


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