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La storia come pedagogia politica
post pubblicato in diario, il 18 gennaio 2013

Il Pericle di Umberto Eco

All’indomani dell’investitura di Pisapia a Milano un oratore si cimentò, come era in voga in quei mesi, nella declamazione del discorso di Pericle agli Ateniesi (Tucidite). “Noi ad Atene facciamo così” ritmava il discorso alludendo all’Italia democratica soffocata dalla insopportabile tirannide. “Noi ad Atene facciamo così”: più inebriante di un ritornello di successo.

Altra lettura di culto era il pezzo di  Elsa  Morante che invadeva facebook, chiaramente (apparentemente) dedicata al tiranno di Arcore, tranne accorgersi alla fine che l’uomo orribile descritto era in realtà Mussolini.* L’effetto spiazzante e anti-berlusconiano era assai efficace.  La metà degli italiani  trovava conforto e stimoli all’azione  in letture di tal tipo, consegnateci da storici o scrittori perché italiani del ventunesimo secolo le  utilizzassero nella battaglia politica.   

Ma gli intellettuali hanno spesso il gusto del pensiero divergente. Adorano spiazzare. Infatti, tornando a Tucidite, mi colpì la stroncatura alla declamazione del discorso di Pericle di uno studioso da me, come da molti, assai ammirato: Umberto Eco. Non condivisi per nulla, anzi mi stupì (e direi mi deluse) quell’intervento.  Eco sfondava a mio avviso una porta aperta. Se avesse avuto ragione,  non solo Pericle, ma tutti i miti e i monumenti della democrazia avrebbero dovuto essere divelti. **

Tucidite fa dire a Pericle che Atene vanta di fondarsi sulla democrazia ovvero su un regime in cui il potere non appartiene a pochi.   Ma Eco obietta: i cittadini erano neanche la metà della popolazione; gli altri erano schiavi o meteci (immigrati) senza diritto  alcuno.  Vero.  Ma – per dire -anche l’aula sorda e grigia  (il Parlamento) che Mussolini prima minacciò e poi sterilizzò rappresentava una quota minima dei cittadini italiani dell’epoca. Mussolini demistificava meritoriamente  rappresentanza e democrazia?

L’eroica e mitica lotta per l’indipendenza americana istituì uno stato “razzista” fondato anche sul lavoro schiavile. E con la sconfitta del Sud, non è che si eleggesse Barack  Obama. E non è che a molti venisse in mente in Italia come negli Usa che quando si parlava di libertà e di eguaglianza degli uomini sempre e comunque si parlava di uomini in quanto maschi. Etc.

Pericle fra l’altro esalta il civismo e la convivialità del popolo ateniese. Quel popolo sa battersi con le armi all’occorrenza, ma non vive (come altri) per la guerra. Ama le feste, la gioia e la bellezza.  E’ un popolo che a teatro si incontra per ascoltare Eschilo, Sofocle, Euripide.  Ma per Eco l’apologia della convivialità ateniese   è un manifesto da divertimentificio Mediaset.

E poi gli aspetti biografici di Pericle: opportunismo, demagogia, e addirittura considerazioni disinvolte sulla moralità della madre.

Mi sono chiesto allora: ma a noi serve la verità storica e la demistificazione degli eroi, tutti colpevoli, almeno di avere rubato qualche volta la marmellata o di una infedeltà coniugale, etc. ? Ci serve questo e solo questo?

O ci serve anche un racconto capace di incarnare valori e speranze? Ci serve una pedagogia politica che “isola” dalla complessità e dalla verità storica  miti e “campioni” della bella politica?   

Oggi è così difficile parlare di bella politica. A tutti gli attori contemporanei è stata strappata la maschera: Kennedy, Clinton, per alcuni aspetti, Togliatti, Craxi, per altri. Poc’anzi leggevo della Thatcher, un mito della destra, imbruttito dall’età, dall’Alzehimer dalla rivelazione di paure e indecisioni nei momenti cruciali.   E poi il presente pare proprio inguardabile. Cosa resta al netto di ruberie, battute e battutine e di piccoli provvedimenti?  

Dove trovare modelli di politica alta? A dispetto di Eco (dopo il suo citato intervento), vado a leggere gli antichi. Un po’ perché gli antichi sono più numerosi dei moderni, un po’ perché comunque (malgrado Eco) meno esposti alla distruttiva demistificazione.

Socrate, Platone, i tecnici  e la nobile menzogna

Restiamo in Atene. La verità storica su Socrate è stata probabilmente oscurata dall’impatto pedagogico della sua morte. Oggi  è vietato dir male di Socrate come di Garibaldi.  D’altronde credo sia indubitabile che Socrate fosse un campione del pensiero anti-democratico.  I democratici che lo condannarono a morte non erano incolti o sprovveduti. Sapevano cogliere la minaccia implicita nella sua filosofia aristocratica.  Socrate però che rifiuta  la fuga e sceglie di morire in ossequio alle Leggi pur ingiuste, che muore perché le Istituzioni siano salve, sarà pure un avversario della democrazia, ma è comunque un esempio che ci lascia un esempio da conservare e di cui la democrazia ha bisogno. 

Simile discorso per il suo discepolo Platone.  Cui peraltro io stesso in queste note sostanzialmente mi ispiro.  Platone parla di ghennaion pseudos. Parla di nobile menzogna. E sta parlando nella Repubblica dei miti, delle utopie che debbono migliorare gli uomini. Sta parlando di pedagogia.  Nella Repubblica disegna uno Stato ideale. E’ uno  Stato assolutamente classista.  I filosofi, i sapienti, i “tecnici” della buona politica e della amministrazione,  stanno ai vertici.  Platone ha polemizzato aspramente con la filosofia democratica. Mai chiederemo che il pilota della nave sia scelto da chi non sa niente di navigazione. E mai accetteremmo di essere curati da un medico eletto dal popolo. Come potremmo accettare che lo Stato sia guidato da incompetenti eletti da incompetenti? Non ci ricorda qualcosa il governo dei filosofi?  Oggi sarebbe il governo degli economisti, no? Sotto i filosofi-politici-tecnici  del governo staranno i guerrieri. Alla base dello Stato in fondo alla gerarchia i produttori. A loro è concesso l’egoismo e la concupiscenza. Loro vivranno in una economia mercantile mentre l’élite dei filosofi disinteressati praticherà un rigoroso e austero comunismo dei beni e degli affetti.

Marx, come Eco per Pericle, demistificò il comunismo di Platone e il suo  inganno classista.  Altri hanno considerato legittimo fare astrazione della storicità di quell’invenzione per conservarne il mito produttivo di un ordine comunista universale.  Entrambe le operazioni sono legittime . In un caso si tratta di storia, nell’altro di pedagogia politica, indifferente alla verità, attenta al Bene e ai miti fecondi di azioni positive.

Augusto e il potere come servizio e rappresentazione

Faccio un salto verso la storia romana e vado a rileggere qualcosa su Ottaviano Augusto. Le Res Gestae  sono un monumento storico-pedagogico altissimo. Augusto descrive la propria carriera, le sue imprese, il cursus honorum, dettagliatissimo. Santo Mazzarino ci ha aiutato a capire il senso di quei dettagli. Il primo imperatore romano ci sta assicurando, mentendo a se stesso, che Roma è ancora una Repubblica. Così si spiega il dettaglio ricorrente “assunsi la carica x e deposi la carica y”. Non cumulai cariche. C’era al più accanto o sopra le cariche assunte o dismesse la forza a-costituzionale dell’auctoritas, un’autorevolezza acquisita che oggi forse chiamiamo carisma. Appunto come non pensare ad oggi? Il ghennaion pseudos, la nobile bugia  di Augusto è il segno di un rispetto devoto alla legalità (anche mentre di fatto la si svuota). Rileggo Svetonio, la vita dei Cesari, fermandomi alla vita di Augusto. Non è per caso. La possibilità di una politica “sobria” è una delle cose che cerchiamo. E nell’Augusto di Svetonio, trovo quello che cerco. A parte l’insofferenza del primo degli imperatori romani per l’adulazione e le cortigianerie fino al divieto di chiamarlo “padrone”, mi basta una riflessione sul racconto della sua morte. Poche parole di congedo,  manifesto e interpretazione della politica come servizio.  Racconta Svetonio che Augusto, nel letto di morte, chiamasse gli amici, chiedesse delle reazioni popolari alla notizia della sua fine imminente. Poi volle uno specchio e un pettine per acconciarsi all’addio.  Quindi, in greco, la lingua sovente usata dai romani colti: “Ho interpretato bene la parte della mia vita? Se sì, allora applauditemi”.  Era la formula in uso per il congedo degli attori dalla scena. Così la politica, la politica al massimo livello, diventa un ruolo, una parte, qualcosa che ci viene assegnato e di cui occuparci con la perizia del bravo attore. E la metafora ti fa sentire una distanza fra l’uomo e l’attore, fra l’uomo e l’imperatore. Io non sono l’imperatore. Io debbo fare l’imperatore. Portare il peso della carica, della rappresentazione.  E morire da imperatore.***

Adriano e la fatica dell’autoformazione alla politica

Svetonio era contemporaneo di Adriano. Così ho riletto lo splendido “Le memorie di Adriano” di Margherita Youcernar.  Il libro è anche la storia di un progetto di autoformazione. E, se devo ricordare un brano, ricordo queste parole che così bene esprimono l’intenzionalità e la progettazione della propria vita e di una bella vita. “Così pian piano le mie azioni mi formavano” dice Adriano. Non solo essere per fare quindi ma, al contrario, fare per essere. Le azioni positive come “allenamento”  per dare forma alla mente.

Eco, naturalmente, se mi leggesse, metterebbe in dubbio la verità di queste parole   (che metto in dubbio anch’io). Io risponderei mettendo in dubbio l’utilità della verità storica. O almeno opponendo l’utilità pedagogica dei miti e delle invenzioni dell’arte.       

* http://www.youtube.com/watch?v=JWRXuwZjluQhttp

** http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/14/pericle-il-populista.html

***Supremo die identidem exquirens, an iam de se tumultus foris esset, petito speculo capillum sibi comi ac malas labantes corrigi praecepit et admissos amicos percontatus, ecquid iis viderentur mimum vitae commode transegisse, adiecit et clausulam:

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Se Squinzi irrita lo spread
post pubblicato in diario, il 11 luglio 2012
Squinzi parla di macelleria sociale e Monti replica che così il presidente di Confindustria fa salire lo spread.  Non sono sicuro di sapere chi abbia ragione. Non so soprattutto se lo spread sia così “delicato” e sensibile da impennarsi per ogni opinione espressa. Ma francamente il mio timore è che Monti possa avere ragione.  Mi chiedo però:  a cosa  è servita la decennale polemica democratica contro l’uso disinvolto dell’argomento “disfattismo” per mettere a tacere gli oppositori? Ho dato un’occhiata ai repertori storici dalla prima guerra mondiale al fascismo e ai dati dei condannati,  penalmente o solo moralmente, colpevoli  di avere indebolito le difese nazionali davanti al nemico. Ho ricordato le polemiche frequenti dell’ultimo governo contro l’opposizione (anti-italiana, anti-patriottica si sarebbe detto nel ventennio)  che suggeriva un copione ostile alla stampa straniera. Ho scoperto poi che il nostro codice penale prevede il reato di disfattismo – anche economico – sia pur solo in tempo di guerra. L’Unità ha avuto un titolo efficace e ironico: “Taci, lo spread ti ascolta”.   L’ironia però non serve che a esorcizzare il problema.  Se convenissimo che una dichiarazione più o meno autorevole irrita lo spread assai più delle chiacchere da bar degli innocui cittadini, che faremmo? Daremmo ragione a Mussolini? Sposeremmo le ragioni dell’autoritarismo?  Penso che noi ci illudiamo di poter   conciliare le ragioni dell’economia con  quelle della democrazia o almeno della libertà di espressione. Se non saggio, coraggioso sarebbe prendere atto del conflitto e scegliere:  lo spread e l’economia o la democrazia. Io sceglierei la democrazia,  scommettendo (sperando) che dalla democrazia discenda una nuova economia prima o dopo il disastro atteso. Perché questo avvenga servirebbe – credo – che le ragioni della democrazia sostanziale integrassero le garanzie della democrazia liberale. Questo vuol dire “semplicemente” che l’opinione di tale Squinzi pesi, conti, sia visibile e ascoltata come quella di tale Rossi e di tale Bianchi.  Utopia? Sì, certo. Benaltrismo? No, per niente. Infatti senza remore, in attesa della democrazia impossibile (la libertà di tutti, scelgo la libertà di Squinzi.
I discorsi e le facce della politica
post pubblicato in diario, il 24 novembre 2010
Con un pezzo, "Se faccio il nome di _Berlusconi si aizza la canizza", su "I nuovi mostri", Oliviero Beha rifletteva amaro per commenti platealmente indifferenti al testo che avrebbero dovuto discutere. Ho tirato fuori allora appunti significativi dello stesso clima. Appunti dai talk show televisivi. Giornalisti e politici (senza differenza alcuna) che, opposti a rappresentanti della parte avversa, si producono in critiche della faccia e del look dell'interlocutore. Contro Emmott, colpevole recidivo di denigrazione del berlusconismo, Sallusti obietta che è "un tipo strano", alludendo ai suoi rapporti con Vendola e forse a un fiore all'occhiello. Contro le critiche composte di Chiara Saraceno, Bondi non sa obiettare altro se non che la sociologa è "chic". Le argomentazioni muoiono e vincono facce, melodie e narrazioni.
continua
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