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La storia come pedagogia politica
post pubblicato in diario, il 18 gennaio 2013

Il Pericle di Umberto Eco

All’indomani dell’investitura di Pisapia a Milano un oratore si cimentò, come era in voga in quei mesi, nella declamazione del discorso di Pericle agli Ateniesi (Tucidite). “Noi ad Atene facciamo così” ritmava il discorso alludendo all’Italia democratica soffocata dalla insopportabile tirannide. “Noi ad Atene facciamo così”: più inebriante di un ritornello di successo.

Altra lettura di culto era il pezzo di  Elsa  Morante che invadeva facebook, chiaramente (apparentemente) dedicata al tiranno di Arcore, tranne accorgersi alla fine che l’uomo orribile descritto era in realtà Mussolini.* L’effetto spiazzante e anti-berlusconiano era assai efficace.  La metà degli italiani  trovava conforto e stimoli all’azione  in letture di tal tipo, consegnateci da storici o scrittori perché italiani del ventunesimo secolo le  utilizzassero nella battaglia politica.   

Ma gli intellettuali hanno spesso il gusto del pensiero divergente. Adorano spiazzare. Infatti, tornando a Tucidite, mi colpì la stroncatura alla declamazione del discorso di Pericle di uno studioso da me, come da molti, assai ammirato: Umberto Eco. Non condivisi per nulla, anzi mi stupì (e direi mi deluse) quell’intervento.  Eco sfondava a mio avviso una porta aperta. Se avesse avuto ragione,  non solo Pericle, ma tutti i miti e i monumenti della democrazia avrebbero dovuto essere divelti. **

Tucidite fa dire a Pericle che Atene vanta di fondarsi sulla democrazia ovvero su un regime in cui il potere non appartiene a pochi.   Ma Eco obietta: i cittadini erano neanche la metà della popolazione; gli altri erano schiavi o meteci (immigrati) senza diritto  alcuno.  Vero.  Ma – per dire -anche l’aula sorda e grigia  (il Parlamento) che Mussolini prima minacciò e poi sterilizzò rappresentava una quota minima dei cittadini italiani dell’epoca. Mussolini demistificava meritoriamente  rappresentanza e democrazia?

L’eroica e mitica lotta per l’indipendenza americana istituì uno stato “razzista” fondato anche sul lavoro schiavile. E con la sconfitta del Sud, non è che si eleggesse Barack  Obama. E non è che a molti venisse in mente in Italia come negli Usa che quando si parlava di libertà e di eguaglianza degli uomini sempre e comunque si parlava di uomini in quanto maschi. Etc.

Pericle fra l’altro esalta il civismo e la convivialità del popolo ateniese. Quel popolo sa battersi con le armi all’occorrenza, ma non vive (come altri) per la guerra. Ama le feste, la gioia e la bellezza.  E’ un popolo che a teatro si incontra per ascoltare Eschilo, Sofocle, Euripide.  Ma per Eco l’apologia della convivialità ateniese   è un manifesto da divertimentificio Mediaset.

E poi gli aspetti biografici di Pericle: opportunismo, demagogia, e addirittura considerazioni disinvolte sulla moralità della madre.

Mi sono chiesto allora: ma a noi serve la verità storica e la demistificazione degli eroi, tutti colpevoli, almeno di avere rubato qualche volta la marmellata o di una infedeltà coniugale, etc. ? Ci serve questo e solo questo?

O ci serve anche un racconto capace di incarnare valori e speranze? Ci serve una pedagogia politica che “isola” dalla complessità e dalla verità storica  miti e “campioni” della bella politica?   

Oggi è così difficile parlare di bella politica. A tutti gli attori contemporanei è stata strappata la maschera: Kennedy, Clinton, per alcuni aspetti, Togliatti, Craxi, per altri. Poc’anzi leggevo della Thatcher, un mito della destra, imbruttito dall’età, dall’Alzehimer dalla rivelazione di paure e indecisioni nei momenti cruciali.   E poi il presente pare proprio inguardabile. Cosa resta al netto di ruberie, battute e battutine e di piccoli provvedimenti?  

Dove trovare modelli di politica alta? A dispetto di Eco (dopo il suo citato intervento), vado a leggere gli antichi. Un po’ perché gli antichi sono più numerosi dei moderni, un po’ perché comunque (malgrado Eco) meno esposti alla distruttiva demistificazione.

Socrate, Platone, i tecnici  e la nobile menzogna

Restiamo in Atene. La verità storica su Socrate è stata probabilmente oscurata dall’impatto pedagogico della sua morte. Oggi  è vietato dir male di Socrate come di Garibaldi.  D’altronde credo sia indubitabile che Socrate fosse un campione del pensiero anti-democratico.  I democratici che lo condannarono a morte non erano incolti o sprovveduti. Sapevano cogliere la minaccia implicita nella sua filosofia aristocratica.  Socrate però che rifiuta  la fuga e sceglie di morire in ossequio alle Leggi pur ingiuste, che muore perché le Istituzioni siano salve, sarà pure un avversario della democrazia, ma è comunque un esempio che ci lascia un esempio da conservare e di cui la democrazia ha bisogno. 

Simile discorso per il suo discepolo Platone.  Cui peraltro io stesso in queste note sostanzialmente mi ispiro.  Platone parla di ghennaion pseudos. Parla di nobile menzogna. E sta parlando nella Repubblica dei miti, delle utopie che debbono migliorare gli uomini. Sta parlando di pedagogia.  Nella Repubblica disegna uno Stato ideale. E’ uno  Stato assolutamente classista.  I filosofi, i sapienti, i “tecnici” della buona politica e della amministrazione,  stanno ai vertici.  Platone ha polemizzato aspramente con la filosofia democratica. Mai chiederemo che il pilota della nave sia scelto da chi non sa niente di navigazione. E mai accetteremmo di essere curati da un medico eletto dal popolo. Come potremmo accettare che lo Stato sia guidato da incompetenti eletti da incompetenti? Non ci ricorda qualcosa il governo dei filosofi?  Oggi sarebbe il governo degli economisti, no? Sotto i filosofi-politici-tecnici  del governo staranno i guerrieri. Alla base dello Stato in fondo alla gerarchia i produttori. A loro è concesso l’egoismo e la concupiscenza. Loro vivranno in una economia mercantile mentre l’élite dei filosofi disinteressati praticherà un rigoroso e austero comunismo dei beni e degli affetti.

Marx, come Eco per Pericle, demistificò il comunismo di Platone e il suo  inganno classista.  Altri hanno considerato legittimo fare astrazione della storicità di quell’invenzione per conservarne il mito produttivo di un ordine comunista universale.  Entrambe le operazioni sono legittime . In un caso si tratta di storia, nell’altro di pedagogia politica, indifferente alla verità, attenta al Bene e ai miti fecondi di azioni positive.

Augusto e il potere come servizio e rappresentazione

Faccio un salto verso la storia romana e vado a rileggere qualcosa su Ottaviano Augusto. Le Res Gestae  sono un monumento storico-pedagogico altissimo. Augusto descrive la propria carriera, le sue imprese, il cursus honorum, dettagliatissimo. Santo Mazzarino ci ha aiutato a capire il senso di quei dettagli. Il primo imperatore romano ci sta assicurando, mentendo a se stesso, che Roma è ancora una Repubblica. Così si spiega il dettaglio ricorrente “assunsi la carica x e deposi la carica y”. Non cumulai cariche. C’era al più accanto o sopra le cariche assunte o dismesse la forza a-costituzionale dell’auctoritas, un’autorevolezza acquisita che oggi forse chiamiamo carisma. Appunto come non pensare ad oggi? Il ghennaion pseudos, la nobile bugia  di Augusto è il segno di un rispetto devoto alla legalità (anche mentre di fatto la si svuota). Rileggo Svetonio, la vita dei Cesari, fermandomi alla vita di Augusto. Non è per caso. La possibilità di una politica “sobria” è una delle cose che cerchiamo. E nell’Augusto di Svetonio, trovo quello che cerco. A parte l’insofferenza del primo degli imperatori romani per l’adulazione e le cortigianerie fino al divieto di chiamarlo “padrone”, mi basta una riflessione sul racconto della sua morte. Poche parole di congedo,  manifesto e interpretazione della politica come servizio.  Racconta Svetonio che Augusto, nel letto di morte, chiamasse gli amici, chiedesse delle reazioni popolari alla notizia della sua fine imminente. Poi volle uno specchio e un pettine per acconciarsi all’addio.  Quindi, in greco, la lingua sovente usata dai romani colti: “Ho interpretato bene la parte della mia vita? Se sì, allora applauditemi”.  Era la formula in uso per il congedo degli attori dalla scena. Così la politica, la politica al massimo livello, diventa un ruolo, una parte, qualcosa che ci viene assegnato e di cui occuparci con la perizia del bravo attore. E la metafora ti fa sentire una distanza fra l’uomo e l’attore, fra l’uomo e l’imperatore. Io non sono l’imperatore. Io debbo fare l’imperatore. Portare il peso della carica, della rappresentazione.  E morire da imperatore.***

Adriano e la fatica dell’autoformazione alla politica

Svetonio era contemporaneo di Adriano. Così ho riletto lo splendido “Le memorie di Adriano” di Margherita Youcernar.  Il libro è anche la storia di un progetto di autoformazione. E, se devo ricordare un brano, ricordo queste parole che così bene esprimono l’intenzionalità e la progettazione della propria vita e di una bella vita. “Così pian piano le mie azioni mi formavano” dice Adriano. Non solo essere per fare quindi ma, al contrario, fare per essere. Le azioni positive come “allenamento”  per dare forma alla mente.

Eco, naturalmente, se mi leggesse, metterebbe in dubbio la verità di queste parole   (che metto in dubbio anch’io). Io risponderei mettendo in dubbio l’utilità della verità storica. O almeno opponendo l’utilità pedagogica dei miti e delle invenzioni dell’arte.       

* http://www.youtube.com/watch?v=JWRXuwZjluQhttp

** http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/14/pericle-il-populista.html

***Supremo die identidem exquirens, an iam de se tumultus foris esset, petito speculo capillum sibi comi ac malas labantes corrigi praecepit et admissos amicos percontatus, ecquid iis viderentur mimum vitae commode transegisse, adiecit et clausulam:

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Shame, prima o dopo la politica
post pubblicato in diario, il 7 febbraio 2012

Parlo di un film per allontanarmi dalla politica. Un po’ perché la politica è troppo complicata per me. So quel che  mi piace. So quel che non mi piace. Non ho ricette sicure per raggiungere l’obiettivo di  quel mondo in cui mi piacerebbe vivere. Non riesco a illudermi – l’ho detto più volte – che basti rimuovere Berlusconi o Martone o Schettino o Monti o la finanza. Non sono neanche sicuro che basti  rimuovere il mercato o il capitalismo, anche se questo sarebbe il cambiamento radicale che riesco a immaginare. Pare  che abbiamo sperimentato anche questo col socialismo reale.  Pare perché forse il socialismo potrebbe essere una cosa diversa. Pare,  potrebbe. 

Parlo di  Shame  perché il film  mi ricorda  decisive ragioni per andare oltre o prima della politica. Così posso sentirmi  assolto per la mia “incompetenza”, come incompetenza in ultima analisi riguardante una cosa, grande quanto vuoi, ma comunque minore.

Non ho nemmeno gli strumenti  per produrmi in una critica cinematografica. Su questo me la caverò in due righe.

Comincio col dire che non mi era mai capitato prima di essere parte  di un cineforum improvviso e informale come un  happening, all’uscita dal cinema.  Le poche coppie presenti che rompono il ghiaccio con sguardi interrogativi  e domande del tipo: “Scusi. Ho perso l’inizio. Ma era successo qualcosa?” “No, non era  successo niente e non c’è nulla da spiegare” cerco inutilmente di affermare.  Ma non c’è verso.  Per spiegare l’abiezione e il dolore del protagonista consumati in ossessivi  rituali sessuali qualcuno presume un trauma infantile, chi un incesto ancora lacerante, etc.  

Il film  divide il pubblico, con tutta evidenza. Non per la regia, non per la fotografia, non per la colonna sonora, non per gli attori, elementi tutti apprezzati.  Mostrano delusione per il  film quelli che vi leggono la storia di una dipendenza da sesso di un giovane, affascinante manager in una New York opulenta e livida. Questa parte del pubblico si affatica a cercare una spiegazione dell'origine della "malattia" e così evita di vedere quello che siamo o stiamo diventando. Cerca nella psicologia ciò che a mio avviso può trovare solo nell’antropologia, nell’uomo com’è oggi o addirittura come è sempre stato.  Non servono, per dire,  le riflessioni psicoterapiche, con la speranza di salvezza,   del  Freud più giovane. Servono le riflessioni del Freud  più tardo  e l’iscrizione di Eros e Thanatos nella parte costitutiva, ineliminabile,  dell’umano. Il protagonista, Brandon,  è solo l'avanguardia di una umanità vicina a scoprire l’abisso. La "malattia" (l'anomalia) non è di Brandon.  E’ nella storia delle illusioni che abbiamo alle spalle: l'amore, la famiglia, la patria, la politica, etc.. Quando le illusioni cadono resta la solitudine davanti all'incubo della cosa impensabile e impronunciabile: la morte. Solo l'orgasmo - la piccola morte, la petite mort dei francesi - può farla dimenticare: per l'intensità anestetica del sesso, replicabile più di altre pratiche anestetiche, nelle innumerevoli formi possibili che il protagonista esibisce, dell'accoppiamento etero, omo, multiplo/orgiastico, dell'onanismo, delle infinite occasioni del sesso virtuale. E’ un eros  potenzialmente “democratico” oggi, aperto a tutti, non solo al bellissimo e infelicissimo protagonista. E forse  a quanti hanno creduto di assistere alla storia di una  banale e rassicurante patologia  individuale  sfugge che, accanto al protagonista, esibiscono segni  dell’invadenza  totalitaria dell’eros anche i personaggi minori. La sorella del protagonista, tra un tentativo e l’altro di suicidio intervallato  da accoppiamenti “gratuiti”. Così il suo partner di un momento. Così la ragazza incontrata nella  metro  che gode onanisticamente per quel che sembra l’annuncio di un rapporto. E invece il rapporto non c’è e non è neanche cercato. La ragazza, inutilmente inseguita, sparirà nella folla, sapendo di trovare all’occorrenza altre emozioni, dono di  Eros. La vita però -ahimè - non può essere riempita da un orgasmo ininterrotto. Il protagonista attinge al  fondo della libido e  dello stordimento nella splendida scena dell'orgia mercenaria dai corpi bellissimi scolpiti con  una fotografia innamorata e rapita. Lì l’orgasmo  si mischia a singhiozzi disperati. Da lì  Brandon sembra smettere di inseguire  lo stordimento e l'oblio. Cos'altro troverà l'autore non dice. L'alternativa l'aveva già mostrata nell’ultimo tentativo di  suicidio della sorella: vincere la morte, andandole incontro.

Penso a queste cose dunque. Alla New York opulenta paradigma dell’occidente opulento dalle opportunità infinite.  E mi sembra che la disperazione sia l’esito di quella opulenza, come del suo rovescio, la penuria e la precarietà.  Penso anche che in Italia abbiamo incontrato i segni di quella disperazione in analoga forma.  E’ strano che non ci si pensi guardando il film. Abbiamo visto  un  uomo  che in sé cumulava ricchezza, potere ed anche amore smisurato di folle adoranti, compromettere tutto per inseguire l’assoluto: il potere assoluto in un paese ridotto all’harem di un sultano. L’abbiamo conosciuto e non lo abbiamo veramente compreso perché non abbiamo compreso la disperazione di quell’uomo. Abbiamo inibito la nostra “comprensione”  perché ci sembrava di assolverlo qualora lo avessimo compreso. Era giusto non assolverlo per  aver messo in ginocchio un paese solo per disporre dell’harem che gli facesse dimenticare il mausoleo che lo aspetta ad Arcore. Dovevamo comprenderlo però perché ci ha indicato la strada che ci aspetta quando non saremo più distratti  dalla fatica, dagli ideali e da quanto inventiamo per dimenticare la morte. E, secondariamente, ha reso pubblica una cosa normalmente taciuta: la sessualità degli anziani ed eros che mai  non arretra .

Ora  la scoperta di un dio e dell’immortalità  mi sembra l’antidoto possibile  all’eros distruttivo.  Per chi – come me – è lontano da tale scoperta, resta  la politica come speranza di superare il dolore della penuria e quello dell’abbondanza. Già, perché la politica viene dopo la filosofia che è la lente con cui guardiamo il mondo e però viene  prima perché ci induce a scegliere una lente o un’altra lente.  Non ero partito sapendo di arrivare a questo. Comunicando con gli altri comunichiamo con noi stessi e ci cambiamo. Anche Mc Queen, il regista di Shame,  sospetto,  cominciò a girare il suo film con quel titolo, accorgendosi forse poi che il tema non era la vergogna ma la paura: era  Eros e Thanatos. Ma non cambiò il titolo.  O forse continuò a pensare di aver parlato della patologia di un uomo.  Io invece il mio titolo l’ho cambiato più volte,  man mano che scoprivo di cosa veramente volevo parlare. 



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L'anno che è arrivato e l'epoca attesa
post pubblicato in diario, il 1 gennaio 2012
La discontinuità fra un anno e l’altro è ovviamente un “gioco”. Oggi, 1 gennaio, probabilmente non sarà tanto diverso da ieri, 31 dicembre dell’anno trascorso. E già sappiamo che somiglia molto al 1 gennaio del 2011: botti per festeggiare il nuovo anno, morti, feriti, amputazioni, accecamenti, anche di bimbi innocenti affidati alla protezione della “sacra famiglia” ovvero a padri stupidi e criminali e a madri colpevolmente passive. Le discontinuità geografiche/amministrative possono essere altrettanto futili di quelle temporali. Ricordo un gioco che facevo durante certi lunghi tragitti in auto con le mie figlie ancora bambine. Quando sull’autostrada veniva segnalata la fine del territorio campano e l’inizio di quello laziale e così via, regione dopo regione, mi divertivo a spiazzare le bambine, dicendo: “Inizia il Lazio. Vedete come è tutto diverso?”. Le figlie guardavano fuori dai finestrini e poi guardavano me, perplesse, ma senza saper obiettare. Ogni tanto ho pensato che questo giochino potesse essere un elemento di una pedagogia opposta alle pedagogie dell’identità e dei confini (Lega, Padania e, etc.). Vabbè, diciamo che con gli auguri per il nuovo anno ci esercitiamo semplicemente a immaginare il futuro e a pensare al futuro che vorremmo, all’epoca che vorremmo si aprisse. Una nuova epoca però non si apre in consonanza col calendario gregoriano. Può aprirsi di ottobre (12 ottobre 1492, scoperta dell’America) o di luglio (14 luglio 1789, presa della Bastiglia). Non so se qualcuno pensò che stesse aprendosi un’epoca il 12 ottobre del 1492 o il 14 luglio del 1789. Mi chiedo invece come io individuerei l’inizio di una nuova epoca, quale evento in Italia segnalerebbe una discontinuità paragonabile alla caduta del muro, ad esempio. Nella storia recente l’intervallo fra discesa in campo di Berlusconi 18 anni fa e la sua recente caduta segnano, se non un’epoca, una fase. Anche le fasi (brevi epoche “reversibili”) possono avere datazioni incerte o convenzionali. Allora potremmo dire, con attenzione alle discontinuità “istituzionali” che la fase si chiude con le dimissioni di Berlusconi (12 novembre 2011) oppure, con attenzione ai segni di una nuova antropologia (che preferisco), con la prima conferenza stampa del nuovo governo (4 dicembre 2011) e le lacrime della Fornero, i sentimenti ovvero, per così dire, la “tecnica” femminile al potere. 
Noi, i democratici, e il Pd, abbiamo aperto questa fase facendo prevalere le ragioni culturali e di stile sulle opzioni economiche e sociali in senso proprio. Non avrei (non avremmo) perdonato a Berlusconi l’odiosa e classista deindicizzazione delle pensioni. Ma noi respiriamo per lo stile sobrio e professorale del governo Monti. E qualcuno (come me) si commuove per la commozione della ministra Fornero che tanto ha irritato gli italiani implacabili che si chiedono : “Perché versa il latte e poi piange?”. Diciamo che il governo Monti è l’anticamera per un’Italia dialogante in cui si parlerà finalmente delle cose e si decideranno cose. Nondimeno non avverto ancora segni di passaggio di epoca. I pensionati continuano a rubare al supermercato (così come i detenuti, i lavoratori licenziati e i piccoli imprenditori falliti continuano a suicidarsi). Come in un film ripetutamente visto, il direttore del supermercato chiama i carabinieri. I carabinieri offrono un pasto in caserma al ”delinquente”. “Non essere buoni, ma fare il mondo buono” proponeva qualcuno (Brecht, Sartre). La penso così. So che abbiamo le risorse per evitare di umiliare i pensionati e poi sentirci buoni perché non li denunziamo. E abbiamo le risorse per salvare figli e nipoti dal rischio dell’istupidimento effetto di un sistema anarchico che è incapace di dire cosa ci aspettiamo da loro e cosa garantiremo se sapranno – non più viziati, ma aiutati - studiare e impegnarsi in progetti condivisi che sapremo premiare, archiviando l’arbitrio e il favore. Il passaggio di epoca può essere colto da segnali diversi, purché radicali, giacché in ogni caso, certi mutamenti implicano altri mutamenti anche in aree distanti. Se allora un nuovo governo, anziché compiacersi dei 7 miliardi che confluiscono nell’erario per il gioco d’azzardo che costa agli italiani (guarda un po’ quelli meno abbienti) 70 miliardi l’anno, fosse capace di eliminare tale rapina, semplicemente chiudendo le sale giochi e facendo insegnare ai bambini e agli adulti in una scuola nuova la stupidità dell’azzardo a carte truccate, se un governo nuovo potesse far questo ricevendo il consenso dei cittadini per una esplicita tassazione sostitutiva di quella per l’azzardo, allora questo governo e questi cittadini sarebbero il governo e i cittadini di una nuova epoca. Né l’uno né gli altri potrebbero accettare l’abusivismo con l’alibi che creerebbe occupazione. Né l’uno né gli altri accetterebbero che si allevino ad alto costo intelligenze da regalare all’estero. E nonni e genitori sarebbero felici di pagare 100, 200 euro per costruire un sistema che garantisca a figli e nipoti, invece che la paghetta di nonni e genitori, un lavoro coerente con i loro studi o, per brevi intervalli, comunque un reddito. Un piccolo segnale radicale, l’abolizione delle sale giochi o la sanzione di 5 anni di lavori socialmente utili a chi insozzi per gusto vandalico una scuola o un monumento sarebbe fra i sassolini di una valanga, il segno di un cambiamento d’epoca verso un’Italia non più imbronciata: seria, sobria, severa, allegra, sviluppata.

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Alleluia, ma chi ha vinto?
post pubblicato in diario, il 13 novembre 2011

Dopo un pomeriggio e una serata davanti alla TV. E' una sensazione strana. La festa nelle piazze e sul web. Ma anche in me una sensazione come di lutto. La perdita di un avversario ingombrante, che riempiva troppa parte della mente. Faccio qualche intervento su fb. Ne faccio uno sulla pagina del mio concittadino Fabio Granata, finiano radicale e borselliniano. E' una pagina  piena di commenti trionfanti e insultanti. Il mio intervento pare troppo moderato a un futurista: Lui obietta che la stagione berlusconiana non è conclusa e che bisognerà fare i conti con l'inquinamento provocato da Berlusconi nella società italiana. Beh, lo penso anch'io. E mi chiedo: "ma cosa diavolo mi differenzia (ci differenzia) dai finiani (dagli ex neofascisti)?" Forse un po' di moderazione in più. Io per esempio mi preoccupo di non fare sentire perdenti le casalinghe e i pensionati che tifavano per lui perché "è ricco di suo", "gli piacciono le donne, embè?", "sono tutti invidiosi", "fa una bella televisione", "ha fatto vincere scudetti e coppe dei campioni al Milan", etc. Non si possono agitare bandiere di vincitori in faccia a chi si sente sconfitto. Non si  può sottrarre bruscamente un mito, per sottrarsi alla fatica di  aiutare a fare a meno dei miti. Altrimenti c'è il rischio di un terzo uomo della Provvidenza e non so se l'Italia sopravviverebbe al terzo.  Bisognerà spiegare pazientemente alla casalinga e al pensionato che oggi hanno vinto anche loro.

C'è la gioia certo. E c'è la ricerca dei meriti. Penso a Napolitano, il terzo consecutivo grande presidente cui è toccato di tenere a bada il mostro populista e di tenere un po' unito il paese. Penso a Fini, al coraggio di una svolta e di un tuffo nel buio e agli ignoti  pedagoghi che lo convertirono alla democrazia (la nuova moglie, il Presidente Napolitano?). Penso poi  alle vittorie di  Milano e di Napoli e alla scoperta che la mitezza radicale (Pisapia)  e l'energia scompaginante (De Magistris) potevano sfondare a destra perché è  vero che non sempre ci si muove prudentemente da destra a sinistra chiedendo il permesso al centro. E poi la vitalità dei giovani (di una parte dei giovani, quella non istupidita dal tifo, dai videogiochi e dalla disperazione) nei referendum e nelle battaglie per la scuola. Gli arrampicatori sui tetti.  Le lotte operaie. Il grande movimento femminile di "Se non ora quando", in nome di una identità di genere offesa. Libertà e giustizia. Gli indignati. 

Adesso non c'è lui. La politica fa fare il lavoro duro ai tecnici. Sarà difficile obiettare qualcosa al papa straniero, magari in nome della equità che ci è ancora cara. Anzi bisognerà essere contenti di non poter obiettare perché le obiezioni contrapposte farebbero naufragare  il vascello comune. Molti dubbi e molte ansie quindi. Però stasera ho sentito la solita furente Santanché aggredire un giornalista con questo geniale argomento: "Come fa a essere contento? Lo sa che la nomina di Monti ci costerà 25.000 euro al mese?" Insomma, domani mi sveglierò e saprò che man mano svaniranno tutti quelli della corte dei miracoli: Santanché, appunto, Gelmini, La Russa, Cicchitto, Gasparri. Già l'Italia mi appare più bella.     

Manifesti per tutti i politici, per nessuna politica
post pubblicato in diario, il 24 ottobre 2011

Sempre più difficile.  Sempre più difficile attribuire una icona,  uno slogan, un manifesto  a un soggetto politico. Infatti nei  giorni scorsi ho vanamente logorato il mio cervello per capire chi fosse l’autore di manifesti che invadevano i muri di Ostia. Un salvagente con su scritto  Salviamo la politica  e dentro Basta con le solite facce. Salviamo la politica  è parola d’ordine oggi variamente spendibile. E’ una richiesta di cambiamento che vuole sottrarsi  alle accuse di qualunquismo e antipolitica, acquisendo il lasciapassare per menare fendenti alla politica attuale. A tutta la politica appunto. Un po’ come nel manifesto di Della Valle, ad esempio.  L’appello dentro il salvagente - Basta con le solite facce -  aggiunge qualcosina.

 

Sicuramente – ho pensato -  è un appello per mandare a casa,  in villa o in barca Berlusconi, Bersani, Casini.  Uno di loro o tutti loro; questo particolare non è chiaro.  Ma chi sarà l’autore – singolo o collettivo - del manifesto? Potrebbe  essere un coetaneo di Casini o di Bersani o di Berlusconi, solo meno logorato dalla lunga esposizione in quest’epoca che distrugge credibilità e reputazione. O forse  la polemica è contro la generazione dei padri.  Come improvvisato Sherlock Holmes nella semiotica  della politica, vado per esclusione o per approssimazioni successive. Mi sento quasi di escludere che possa trattarsi di uno del Pdl. Sarebbe un manifesto implicitamente oltraggioso per il grande leader e questo da quelle parti non dovrebbe essere consentito. Fra Udc e Pd trovo più probabile quest’ultimo.  Nel Pd è tollerato e facile sparare sul quartier generale e sul leader. Anzi è segno di personalità e indipendenza.  Il manifesto potrebbe essere di Renzi o di un renziano , giusto?   Sì, potrebbe.

Potrebbe essere di Grillo o di un grillino? Improbabile. E’ troppo moderato. Un grillino non direbbe solite facce . Direbbe facce di c… come minimo. Così non mi resta che aspettare un secondo manifesto che sciolga l’enigma.  Che arriva. Accidenti, ho sbagliato tutto. E’ proprio di un politico del Pdl; l’ipotesi che avevo quasi escluso.  E’ di tale Fabrizio Santori, consigliere del Pdl di Roma Capitale. Che nel secondo manifesto sostituisce Diamo valore al merito  a Basta con le solite facce.


 


Già, ma chi è contrario al merito? Quale rivoluzione promette l’ignoto Santori? Contro chi? Contro la Minetti o la Gelmini? In conclusione mi viene da pensare che ci siano agenzie di comunicazione con il loro bravo repertorio di slogan, immagini e icone a disposizione del primo compratore.  “A chi hai venduto Basta con le solite facce -chiede il direttore dell’agenzia al collaboratore - al Pdl, a Di Pietro o al Partito dei comunisti italiani?  Ma non lo avevamo venduto al Pd? Ah, al Pdl?  E il Pdl  prende  pure  il seguito - Diamo valore al merito -  o quello lo vendiamo al Pd? “. 

Aspetto manifesti che abbiano il coraggio di dire:

 

Nessuno a mendicare. Nessuno senza salario. Salario di cittadinanza.

                                         oppure

Fiducia nei giovani. Prestiti d’onore per tutti: per studiare, metter casa, intraprendere.

                                          oppure

Prendiamo sul serio la Costituzione. Nessuno senza scuola, nessuno senza lavoro.

                                          oppure

Manette agli evasori prima. Ai rapinatori dopo.

                                          oppure, addirittura

Chi sta meglio non guadagni più di dieci volte di chi sta peggio.

 

Oppure messaggi che dicano il contrario, purché osino dire qualcosa.

                                

 


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permalink | inviato da salvatore1 il 24/10/2011 alle 18:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'estetica invece della politica
post pubblicato in diario, il 26 agosto 2011

All’inizio erano due estetiche, opposte e insieme alleate per stringere il paese in una tenaglia.  Quella berlusconiana dell’avvenenza e  della gioventù con le ragazze in tubino nero, “anche laureate con il massimo dei voti”  (Carfagna, Pascale, Minetti, etc., etc.).Opposta, alleata e concorrente era quella popolare di Bossi, maschio, sudato in canottiera.

Poi la crisi del berlusconismo e l’archiviazione della Minetti, del tubino nero e delle “feste eleganti".  Il Pdl, per le divisioniinterne e nel  tentativo di appeasement con l’opposizione, mette  la sordina anche al proprio linguaggio e mezza  museruola al ghigno di Cicchitto e della sua versione  femminile, l’acidissima  Santanché.

 La  Lega invece,  stretta fra la necessità di dividere le proprie responsabilità da quelle di Berlusconi  e la paura di nuove elezioni, non riesce a trovare la “quadra”. Balbetta qualcosa.  Sentito fallito il federalismo ri-minaccia  la secessione.  Alla fine sceglie l’estetica e abbandona la politica.   

Sceglie l’estetica  della  comunicazione,  verbale e non verbale.  Credo sia un Iapsus  di Bossi il suo inveire contro i 102 anni della Montalcini, obiettivamente più giovane e in salute di lui. Oppure conta sulla pietas  e la buona creanza da prima Repubblica dell’opposizione dalla quale anch’io fatico a dissociarmi. 

Poi nella Lega si dividono i compiti. A Bossi  l’estetica della comunicazione non verbale. A Calderoli e altri quella  verbale. Nella palese carenza di fantasia, il capo rispolvera la  canottiera “popolana”  esibita per un giorno intero, in mezzo agli amici “borghesi”,  evidentemente posando come una modella  in quegli abiti che non si portano mai. Può bastare questo ai padani delusi?

A Montezemolo che si candida alla politica, minacciando i voti residui della Lega, l’elegante ministro della Repubblica, Roberto Calderoli, rivolge un raffinato discorso politico: “Finalmente sono arrivati i Montezemolo, quelle scoreggie d'umanità che non hanno mai lavorato in vita loro.”

Gli ultimi esempi in questa odorosa settimana politica (?) sono più spregiudicati. Intenzionalmente (ma non ne sono sicuro),  si fa sfoggio di confusione fra arbitrio e governo. Però forse davvero i leghisti non distinguono le due cose.

Il senatore della Repubblica, tale leghista Piergiorgio Stiffoni, così “avverte”   Famiglia Cristiana che ha osato criticare il governo: “Un'altra volta che il giornale dei Paolini rigioca sporco, allora penseremo sul serio a tassare i patrimoni, in primis quelli ecclesiastici così il giorno dopo la redazione di Famiglia Cristiana deve portare scrivanie e computer in mezzo alla strada”. L’opposizione che, a ragione o a torto, ha una pessima opinione dell’intelligenza degli italiani,  non osa replicare all’intimidazione “mafiosa”.

Né replica, mi pare, all’incredibile ministro Calderoli quando, contro i giocatori che osano discutere di contratto e di contributo di solidarietà agita lo spettro di  un emendamento che raddoppi per gli amati/odiati professionisti del pallone il contributo discusso.  Come i gangster  dei filmetti che minacciano di cavare il secondo occhio.  Qualcuno, sommessamente rimpiange Pomicino. Ma forse sta per tornare la politica. E una nuova estetica. 


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permalink | inviato da salvatore1 il 26/8/2011 alle 14:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
2111. Memorie dell'Italia dei radical chic
post pubblicato in diario, il 24 febbraio 2011
Fate conto si tratti del resoconto di un incubo notturno.Voglio dire della paura del nuovo senso comune barbarico che pare affermarsi, che penetra fra le fila dei "democratici". La paura è che figli o nipoti nell'Italia che verrà, avendolo assimilato fin nella culla, nulla sapranno e niente comprenderanno di altre culture, di legalità, giustizia, eguaglianza.
continua
Le vite degli altri, secondo Berlusconi e secondo me
post pubblicato in diario, il 11 febbraio 2011

Ormai sospettiamo di tutto e di tutti. Ho rivisto ieri in TVil bellissimo Le vite degli altri,emozionandomi come tempo fa al cinema. Ammetto di avere trovato sospetta questa proposta di RAI 2, comeSantoro  ad Annozero  del 10 scorso. I cattivi nel film sembranoessere i comunisti  e gli spioni dellaStasi che intercettano le vite degli altri. Sembrano quasi gli avversari di Berlusconi, no? Lui stesso infatti consospetto tempismo ha immediatamente suggerito l’analogia.

Come mai allora io, che, diciamo, non sono  esattamente un seguace del premier, mi sonocosì emozionato e commosso? Come mai mi sono sentito confortato nelle mie convinzioni?   Beh, anch’io ho pensato a Berlusconi. Solo nonlo ho proprio confrontato alla vittima e alle vittime del film così coinvolgente. Il  film è una denuncia spietata del clima oppressivo e conformista della Repubblica DemocraticaTedesca. L’oppressore però non è la magistratura: è il partito, è il governo.La Stasi è al servizio di un ministro debosciato,  non della magistratura che comunque immaginiamo non avesse grande autonomia dal partito e dal governo nella DDR. E' il ministro debosciato, avanti con gli anni, goffo nel suo amore frettoloso nell’auto pubblica, a disporre del corpo dell’attrice affascinante. Può disporre di quel corpo solo in ragione del suo potere di premiare e punire,promuovere o spegnere una carriera. E può disporre della Stasi quel ministro perché trovi una colpa nello  scrittore con cui non vuole più  condividere la donna. Può alla fine quel potere senza controlli corrompere anche l’anima della donna, dopo averne sequestrato il corpo, inducendola a tradire il compagno. Insomma, gli amici del premier avranno promosso il film per suggerire Berlusconi vittima. Ma io ho identificato Berlusconi nel ministro sporcaccione e prepotente. Gli altri italiani hanno visto un altro film? Io mi sono sentito sollecitato a difendere la nostra Costituzione, quella vera, non quella“materiale” ed eversiva del premier. Mi sono sentito sollecitato a difendere l’autonomia della magistratura contro il totalitarismo e il dispotismo dei governi. *Con ragionamenti conseguenti peraltro il tentativo dispotico in atto mi sembra assimilabile al modello cinese col partito unico (comunista? ) che amministra un capitalismo sfrenato ancor più che al modello DDR dove almeno era presente l’alibi della sicurezza sociale e dell’eguaglianza. Quando si dice eterogenesi dei fini! Chi ha proposto Levite degli altri in TV pensava ad un manifesto pro premier. Io proporrei il film al movimento delle donne che domenica 13 manifesterà contro la prepotenza del potere che riduce la donna a cosa e la corrompe.   

*Perciò, andando contro corrente, apprezzo come contributo alla chiarezza l’intenzione annunciata dal premier di far causa allo Stato.Forse contro le sue intenzioni, chiarisce almeno che Stato e governo sono cose diverse. Sembrava che il presidente del Consiglio si considerasse padrone dell’uno e dell’altro.

 P.S. Nel proibire la proiezione a Parla con me  dei minuti conclusivi del Caimano di Moretti gli amici del premier sono stati più bravi.In effetti  l’aggressione  della folla contro la magistratura che ha osato condannare il caimano ha il sapore di una profezia e quella guerra civile è l’asso nella manica di un premier disperato, la minaccia latente che tutti dobbiamo sentire. Non dobbiamo rappresentarla però e Moretti l’ha rappresentata rendendo il re nudo e noi un tantino più consapevoli. Un bravo di cuore a quelli che hanno tagliato la scena. La DDR è più vicina.


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permalink | inviato da salvatore1 il 11/2/2011 alle 22:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La riforma dell'articolo 41: il manifesto dei barbari
post pubblicato in diario, il 11 febbraio 2011

Articolo 41

L’iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi incontrasto con l’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Il “progetto” di riforma costituzionale dell’art.41 dellaCostituzione è chiaramente un manifesto ideologico: una battaglia che si saperduta in partenza ma che serve a vincere la guerra della conquista dei cuori,insomma del consenso e della costruzione di un nuovo senso comune. La destra berlusconiana, non si è mai riconosciuta nella nostra Costituzione, sofferta come una bardatura in conflitto con l’investitura popolare del capo.  E’ la destra di quel tale che qualche anno fa all’esterrefatto Fausto Bertinotti che aveva parlato  dell’assassinio dei fratelli Cervi diceva con grande apertura: “Voglio proprio incontrare il papà di quei poveri ragazzi” mentre l’esterrefatto leader della sinistra gli suggeriva sommessamente: “Ma è morto trent’anni fa”. E’ una destra estranea alla Costituzione e alla Resistenza che ne è la radice. Già lo scorso anno esponenti del Pdl, Brunettain particolare, avevano lanciato messaggi “rivoluzionari” denunciando l’enfasi retorica ed arcaica della Carta costituzionale, financo nel suo art.1. Avevo preso sul serio quei messaggi, discutendone due volte sul mio blog, a gennaio e giugno dello scorso anno.

L’Istituto di ricerca Demopolis (l’abbiamo sentito lo scorso martedì 8 a Ballarò) segnala che solo il 5% degli italiani sa qualcosa dell’art. 41. Brutto dato che mi conforta in quanto mi capita spesso  di affermare: la priorità da assegnare in una riforma del sistema di istruzione alla conoscenza (vera, non quale sterile filastrocca) della nostra Costituzione.  Peraltro un episodio di mercoledì 9 a Otto e mezzo conferma che anche fra i più prestigiosi parlamentari la Carta non è proprio familiare. Cicchitto parla dei tre commi dell’art. 41. La "nostra" Finocchiaro lo corregge severa: “sono due i commi”. Cicchitto prova ad insistere, ma non è molto convinto e alla fine desiste. (Bel paradosso: proprio la volta in cui “the others”  hanno ragione battono in ritirata).

Nella dichiarazione/interrogazione presentata per il PD da Ceccanti ed altri (Ichino fra gli altri) si segnala nitidamente la strumentalità dell’operazione governativa. Provi a dire il governo in quali casi le liberalizzazioni che  dice di voler realizzare sarebbero state inibite dall’art. 41. E il PD incalza con 41proposte 

di liberalizzazioni. Io  magari, impegnando solo me stesso, annoterei con rammarico la – ahimè - insufficiente incidenza dell’articolo in questione nel prevenire danni “alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” o nell’indirizzare “a fini sociali” l’attività economica.  Come ricorda la dichiarazione/interrogazione del Pd, nell’art. 41 – e in tutta la Carta - si confrontarono e trovarono sintesi  le due grandi correnti della Costituzione, quella cattolica liberale e quella socialista  (il  Dc Taviani e il socialdemocratico Ruini, nella circostanza). E, mi pare voglia sottolineare il documento Pd, di fatto la prima corrente ha prevalso nelle interpretazioni . Sull’opportunità della semplificazione e sull’inopportunità di una riforma costituzionale argomenti sono nel pezzo di Nicola Rossi su Italia Futura.  Di segno diverso è il pezzo su L’Occidentale che propongo come esempio di un diverso sentire.

Si dice di voler spostare i controlli a posteriori (dopo che i buoi sono scappati?),consentendo l’avvio di impresa con procedure di autocertificazione. Ovvio  che lacci inutili inibiscano l’attività imprenditoriale. Va sottolineato però “inutili”. Il controllo preventivo su sicurezza e ambiente mi pare che poco abbia a che fare con le duplicazioni di funzioni, i troppi sportelli, le costose vischiosità notarili.

Su quale senso comune fa leva il governo? A quale bloccosociale strizza l’occhio? Il ritorno del discorso sul piano casa è un chiaro esempio. In un paese che già possiede una metratura media per abitante sproporzionata si ripropone cemento aggiuntivo. Si fanno così felici o si rassicurano gli imprenditori dell’edilizia e dell’abusivismo e i disperati delle periferie degradate e illegali. E’ l’ideologia velenosa del “lavoro comunque” che la crisi fa penetrare anche a sinistra. Se prevalesse bruceremo  foreste per fare uova al  tegamino, come nuovi barbari faremo del Colosseo una cava per  edificare discoteche e  sale di gioco. Ci troveremo impoveriti, immemori di essere stati abitanti del  paese  della bellezza e dei viaggiatori. Non con più occupazione ma con un’occupazione fondata più sulla manovalanza clandestina  e sempre meno sul lavoro qualificato.

1.    http://rossodemocratico.ilcannocchiale.it/2010/01/10/se_vincesse_brunetta.html

2.    http://rossodemocratico.ilcannocchiale.it/2010/06/18/lucchetti_e_la_nostra_vita_ill.html

3.    http://ceccanti.ilcannocchiale.it/2011/02/02/art41_governo_spieghi_quali_li.html

4.    http://beta.partitodemocratico.it/doc/203226/professioni.htm

5.    http://www.loccidentale.it/node/102175

6.    http://www.italiafutura.it/dettaglio/111202/una_scossa_ad_effetto_ritardato?utm_source=newsletter&utm_medium=email-dol&utm_content=link-nl&utm_campaign=liberiamo-imprese-201102010

 

Cuffaro, Socrate e le leggi
post pubblicato in diario, il 3 febbraio 2011

Si continua a parlare dell’esito della vicenda Cuffaro. Confermata in Cassazione la condanna a sette anni di reclusione per  favoreggiamento aggravato alla mafia, l’ex presidente della Regione Sicilia, che aveva trascorso una mattinata a pregare in attesa della sentenza,  non attende i cinque giorni disponibili per consegnarsi. Si consegna subito ed entra a Rebibbia, dopo aver dichiarato: “Adesso affronterò la pena come è giusto che sia. Questo è un insegnamento che lascio come esempio ai miei figli”.  E ancora: “Sono stato un uomo delle istituzioni; la magistratura è una istituzione, quindi la rispetto anche in questo momento”. Poi in cella confiderà di sentire il bisogno di chiedere scusa ai siciliani.

Spiazzato il centrodestra per la reazione di Cuffaro che appare un’oggettiva  provocazione rispetto all’atteggiamento del capo. Carlo Giovanardi è “allibito” ed esprime “sconcerto e preoccupazione per la condanna”.

Per Calogero Mannino la sentenza è “sproporzionata”. L’affermazione è culturalmente più sgradevole di quella di Giovanardi che ovviamente allude al solito complotto. Mannino invece esprime lo stupore tipico della “gente bene” (si fa per dire…) quando viene colpito uno che non si sporca le mani come un volgare scassinatore.

Gli umori prevalenti a sinistra e fra i “legalitari” non sono particolarmente elogiativi per il comportamento di Cuffaro. Come incisivamente scrive un avvocato ad Augias (la Repubblica del 26 gennaio) egli  si è comportato esattamente come il 99% dei condannati che vanno in carcere senza inveire contro i giudici comunisti. E non capisce l’avvocato come il presidente della seconda sezione penale della Cassazione che aveva giudicato l’imputato possa valutarne “meritevoli” le dichiarazioni. "Certo, dice, è segno di “tempi burrascosi per la giustizia”.

Di segno diverso la dichiarazione di Rita Borsellino, sconfitta da Cuffaro alle regionali del 2006:”Rispetto per come, a differenza di altri politici, ha affrontato il processo e non si è sottratto alle conseguenze, anche se sono gravi i crimini commessi.”

E’ chiaro che il sottinteso è sempre “lui”. La reazione di Cuffaro non piace ai  berlusconiani perché è troppo diversa e troppo facilmente paragonabile, per contrasto,  a quella del capo. La sinistra invece tende a sminuirne il significato – cosa ovvia, cosa doverosa, cosa normale – proprio per accentuare l’anomalia berlusconiana.

Io non credo che la reazione diCuffaro, oggi 2011, fosse così scontata. E’ scontato che il 99% dei condannati vada in carcere senza inveire contro i giudici. Perché un “normale” candidato dovrebbe farlo? Chi ascolterebbe il suo grido di dolore? Cuffaro però, politico ormai allontanatosi dal partito di Casini in direzione Berlusconi, avrebbe avuto un’autostrada aperta denunciando nequizie, parzialità, etc. Avrebbe ricevuto conforto e solidarietà ribadendo la presunta innocenza. Non ha scelto la strada più facile. Sono portato a credere che sia stato sincero sia nel riferimento all’esempio verso i figli che nell’ossequio alle istituzioni. Aggiungo che l’apprezzamento per un gesto dell’avversario politico sta diventando sempre più raro nel popolo della sinistra (più che nei vertici, voglio dire). La risposta più frequente nell’Italia bipolare  è l’indifferenza e la diffidenza. L’ho verificato, ad esempio, quando ho scritto della conversione di Fini e del suo rigetto del fascismo e del berlusconismo;* allo stesso modo discutendo della conversione della Carfagna riguardo l’iniziale omofobia.** Nell’un caso e nell’altro ricevendo prese di distanza e garbate critiche dagli amici. Continuo nondimeno a credere  che modelli “alti”  e difficili – la democrazia, la legalità - si impastino nell’animo umano con i modelli del tornaconto. Quando i primi prevalgono, magari per un momento, dovremmo compiacercene. Il tornaconto è tutto sommato la scelta più facile ma non necessariamente più utile ad una tutela degli interessi più profondi della propria identità che sono suggeriti da quel qualcosa che Socrate chiamava dàimon, spirito quasi divino, Kant imperativo categorico, altri coscienza, io semplicemente intelligenza (quell’intelligenza che indirizza l’egoismo verso percorsi più sofisticati che non la tutela del proprio denaro e del proprio potere).

Nel Critone  Platone narra il dialogo fra Socrate e l’allievo che tenta di persuaderlo alla fuga dal carcere per sfuggire all’ingiusta condanna a morte attribuitagli per aver corrotto i giovani criticando le divinità della città e introducendo nuovi dei. Critone ha peraltro la certezza della corruttibilità del carceriere. Socrate replica a Critone immaginando le Leggi e lo Stato che contesterebbero di essere state calpestate e rese vane dall’imputato che si fosse sottratto alla sentenza. “Non devi a noi il matrimonio dei tuoi genitori, la tua nascita, la tua educazione?”domandano le Leggi “E se lo Stato ti manda in guerra ad essere ferito o ucciso,ha ragione di farlo?”. Insomma le Leggi spiegano a Socrate e questi a Critone che non è lecito ribellarsi solo perché un tribunale le ha malamente applicate.L’inosservanza costerebbe la dissoluzione di un bene più grande di una vita umana, la dissoluzione dello Stato. E poi quale vantaggio ne avrebbe Socrate? Prolungare malamente una vita ormai al finire, inviso  e non credibile alla città che dovesse ospitarlo? Essere accolto nell’Ade come uomo ingiusto? Lasciare ai figli l’eredità di una vita macchiata dal disonore?

Non c’è in Socrate opposizione fra felicità personale e osservanza delle leggi. Diciamo piuttosto che la scelta  di chi si sottrae alle leggi gli appare  il risultato di un calcolo miope nche sopravvaluta la vita come tale e sottovaluta l’eredità che lasciamo con una vita ben spesa.

Non so se Cuffaro abbia mai letto Il Critone. Mi sembra probabile lo abbia letto, magari un po’ prima di finire invischiato nella seduzione del potere e del consenso clientelare che non si arresta davanti ai patti con le cosche. In ogni caso ha incontrato educatori che lo avevano letto o che a loro volta avevano avuto maestri che lo avevano letto.

Non so se Berlusconi lo abbia mai letto. Propendo per il no o che non lo abbia capito o che abbia avuto maestri di furbizia che gli insegnavano l’uso del bignamino per superare l’esame. Non ha avuto maestri di felicità che gli insegnassero a irridere alla  bulimia di vita che si accompagna alla stolta furbizia.  

 

 

*      http://rossodemocratico.ilcannocchiale.it/2010/08/05/fini_becket_e_il_suo_re.html

 

**    http://rossodemocratico.ilcannocchiale.it/2010/05/20/mara_carfagna_e_il_fascino_del.html


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permalink | inviato da salvatore1 il 3/2/2011 alle 12:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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