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2111. Memorie dell'Italia dei radical chic
post pubblicato in diario, il 24 febbraio 2011

I radical chic vissero  a cavallo fra gli ultimi anni a.B.  (prima dell’era berlusconiana, convenzionalmente coincidente con il 1994 d.C. , anno della discesa in campo)  e i primi  anni  d.B. (dopo l’ avvento  di Berlusconi). Ilpresente studio,  a quasi  un secolo di distanza dalla loro scomparsa, si fonda su materiali  rinvenuti in salotti dell’epoca e nei luoghi tipici  delle manifestazioni di questa curiosa tipologia umana (Piazza del Popolo a Roma,Piazza del Duomo a Milano, etc.).

Il look.  Il loro aspetto era sciatto. Loro lo chiamavano “sobrio”. Portavano abiti ridicolmente semplici. Gli uomini:  pantaloni,  magliette, maglioni. Le donne: gonne al ginocchio, camicette. I colori erano quasi sempre tono su tono (beige chiaro e beige scuro, ad esempio). Gli uomini non si truccavano. Le donne si truccavano pochissimo.

Rifuggivano dalla chirurgia estetica. Le donne avevano quindi frequentemente labbra poco pronunciate e  seni piccoli o cadenti.

Le pettinature erano senza fantasia.  Non saprei dire se per provocazione o per un gusto malato. Le donne portavano capelli di lunghezza media, talvolta annodati a “coda di cavallo”; gli uomini li portavano più corti, se non erano calvi; anche i calvi osavano deridere la chioma del Grande Silvio.

Abitudini igieniche.  Dovevano essere ossessionati da batteri e virus. Facevano la doccia almeno una volta al giorno. Si lavavano le mani dopo aver usato i servizi igienici: qualcuno – pare– anche prima, forse per evitare di infettarsi. Si profumavano con moderazione ostentata.

Studi e cultura. Coltivavano il dogma che le persone di maggior valore fossero quelle che perdevano tempo sui libri a studiare e nelle Università, prima che queste fossero cancellate dall’editto di Marina Berlusconi, come, nella vicina alleata Padania, da Renzo Bossi, il Magnifico,  meritevole alfiere dell’analfabetismo militante.

I radical chic pensavano che si sarebbero  dovuto conservare intatti monumenti e cosiddette opere d’arte. Non erano in grado dicapire che tali politiche, trasformando in musei  le città,  sarebbero state di ostacolo allo sviluppo delle costruzioni ed all’occupazione.

Costumi e morale. Sostanzialmente monogami, erano inveterati moralisti. Benché inizialmente fautori del libero amore che insensatamente predicavano quale diritto da estendere  al genere femminile,  tradivano i partner con assurdi sensi di colpa. Quel che è peggio, combattevano colpevolmente pedofilia e prostituzione minorile ed ironizzavano sulla esemplare virilità di Silvio, invidiata e ammirata da uomini e donne del popolo. Pensavano invece  di tutelare un presunto diritto all’amore  degli omosessuali, categoria che inquinava il paese prima di essere  meritoriamente sterminata dal ministro Santanché junior.

In nome di qualcosa che chiamavano “legalità”, lanciavanoanatemi contro la corruzione,  malgrado questa pratica fosse, con ogni evidenza, insopprimibile  motoredell’economia.

Classismo ed egualitarismo. Appartenevano prevalentemente alla classe media impiegatizia (insegnanti, tecnici), oggi, nell’era gloriosa del precariato universale, fortunatamente estinta,  o a quella, a più alto reddito, degli  odiosi intellettuali,  artisti e comici disinistra ( Eco, Saviano, Benigni, per fare qualche nome). Pur fingendo di parteggiare per la povera gente, questi  ipocriti non disdegnavano, se potevano permetterselo,   pullover di cashmere e gite in barche. Credo che da questo discenda l’appellativo infamante con cui li ricordiamo e che li marchierà per sempre.

Anche se cercavano di nasconderlo, erano chiaramente nostalgici  del comunismo. Odiavano i miliardari e non comprendevano (o fingevano di non comprendere) che il lusso dei benemeriti ricchi era la principale fonte di  lavoro di vasti strati popolari (cuochi, camerieri, escort, danzatrici di lapdance,  spacciatori, etc.) .

Pensavano addirittura che le donne dovessero avere eguali diritti degli uomini. Le donne, a loro avviso, avrebbero dovuto realizzarsi nel lavoro e non solo nella cura di figli, mariti e anziani. Non si rendevano conto di violare le leggi naturali..

Politica e sovranità. Avevano un’idea assurda della democrazia e della sovranità popolare. Pur riconoscendo  che i partiti cui facevano riferimento rappresentavano solo minoranze,  dopo essere stati  battuti ripetutamente da Silvio con il 30%  o il 40% dei voti, pretendevano di esprimere opinioni nei talk show televisivi. Lì venivano prontamente zittiti dai partigiani del popolo (Bondi, Cicchitto, Gasparri,  La Russa, Sacconi, etc.) al grido di “Vergogna, vergogna:  avete perso le elezioni!”.  D’altra parte, quando si confrontavano con i loro avversari, cioè con le persone perbene, non interrompevano e  non insultavano. Ascoltavano con attenzione. Probabilmente non avevano argomenti.

Dicevano di  venerare un pezzo di carta che si chiamava Costituzione. Asserivano con improntitudine che le cose che vi erano scritte (non so da chi) erano  più importanti della volontà popolare. 

 

Prima di immetterlo inrete, consentitemi di dedicare questo studio a un Santo venerando, massima, fulgida espressione dei convertiti sulla via di Arcore: San Giuliano Ferrara,  fondatore  della Chiesa cattolica edonistica e poligamica.

 

 

 

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