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Tremonti, Marchionne, i minatori imprigionati e il magnate generoso
post pubblicato in diario, il 29 agosto 2010
Sarà semplicemente a ragione della mia congenita claustrofobia, mai del tutto risolta. Sento però il bisogno di dire dei miei sentimenti e dei miei pensieri riguardo i 33 minatori rimasti sepolti, il 5 agosto scorso, a 700 metri di profondità, in una miniera d'oro, a San Jose in Cile, e ora scoperti vivi, contro ogni attesa. Fra 3/4 mesi potrebbero essere salvati. Potrebbero. Non mi soffermo su troppi particolari di una vicenda nota a tutti. Detto della euforia del popolo cileno e del suo presidente impegnato a salvare quelle vite, con la mobilitazione nazionale ed internazionale delle più avanzate tecnologie per alimentare, idratare e sostenere psicologicamente i sepolti vivi, qualcosa non mi torna.
  1. La La società mineraria ha comunicato non solo di non disporre del denaro necessario per coprire i costi dell'operazione di salvataggio (non so quanti milioni di dollari) ma pure che il blocco della miniera condurrà presto al fallimento dell'impresa. Non so se per chiarire che comunque non ci sarà possibilità di occupazione per gli eventuali sopravvissuti o se per negoziare aiuti di Stato. Immagino che in Cile, come in Italia, valga la filosofia aziendale "i profitti sono miei, le perdite di tutti". La società non ha detto, mi pare, che l'impianto era stato bloccato nel 2007 dopo un incidente mortale e poi riaperto; ancora non saprei se secondo il modello italiano delle "mazzette" o la pratica, propria di tutti i paesi ad economia di mercato (capitalisti insomma) del ricatto occupazionale. Peraltro i minatori avevano accettato di monetizzare il rischio specifico di quella miniera con un bonus di circa 150 dollari che portava a salari attorno ai 1.000 dollari. 
  2. Tale Leonardo Farkas, patron multimilionario di un'altra compagnia mineraria, la Santa Fe, ha promesso un assegno di 5 milioni di pesos, pari a circa 7.600 euro per ognuno dei 33 minatori che dovesse uscire vivo da sotterra. Ha aggiunto che si impegnerà per acquisire altri finanziamenti da altri magnati affinché i minatori salvati non debbano più lavorare.
Insomma, come in tutti i grandi eventi mediali, i parassiti, magari (ma non necessariamente) in buona fede, si affollano sull'evento ricevendo visibilità. Visibilità che talvolta salva la vita o il lavoro dei malcapitati protagonisti e che - si spera - salverà la vita dei minatori. Sfortunati quelli cui non capita, nella disgrazia, la fortuna di incontrare una telecamera o che non hanno l'inventiva di attrezzare un'isola dei cassintegrati. In Italia il dramma dei minatori cileni ci riconduce, per l'impatto mediatico, a Vermicino, al povero Alfredino Ciampi e alla TV accesa sul pozzo maledetto (10-13 giugno '81), con il protagonismo di nonno Pertini.

Un ulteriore commento merita il generoso signor Farkas e la sua trovata, ingenua, o troppo furba e promozionale. Poteva proprio evitarsela. E' troppo somigliante alle lotterie in voga nell'occidente civilizzato in cui si offre un vitalizio ai vincitori in cambio di una piccola puntata. Un grande affare: per i gestori della lotteria. Un grande affare per il signor Farkas che, al costo massimo presunto di 250.800 euro (se uscissero tutti vivi), realizza un grande spot pubblicitario e collabora al grande inganno politico. Perché mai imprese o governi dovrebbero investire nella sicurezza dei lavoratori?Chi lo capirebbe? Nessuno ringrazia nessuno se al mattino l'acqua esce dal rubinetto del bagno. Diciamo pure che il recente intervento del ministro Tremonti, inteso a "rivedere"  la 626 sulla sicurezza, è stato estremamente lucido. Come negare - così interpreto quanto viene sottinteso nelle parole del ministro - la pesantezza dei costi per garantire una sicurezza che non sarebbe in ogni caso assoluta? Chi dice che la prevenzione paga? Politicamente, no. Politicamente è più conveniente accettare il rischio di un disastro (altrui). Si può sempre atIribuirne la colpa a qualcun altro, in fin dei conti: a chi ci ha preceduti,  agli stessi disastrati. Meglio, molto meglio investire nella TV che attribuirà meriti e colpe. E poi, chi paga i costi della sicurezza, oltre all'azienda? Chi, se non noi consumatori dell'oro scavato a San Jose e lavoratori, sicuri dietro le nostre scrivanie e cattedre? Quanto vale la vita di un minatore? Quanto siamo disposti a pagare per assicurargli la vita?

Quel che penso è che la minaccia della disoccupazione è un'arma terrificante nello scambio ineguale fra domanda e offerta di lavoro e questo episodio ne è un esempio odioso. In misura diversa, quello subito dai minatori cileni è il ricatto subito dagli operai della Fiat di Pomigliano e da quelli della fabbrica di Tichy in Polonia sulla localizzazione della Panda, a prova che la mobilità dei capitali, mettendo in competizione i disperati, ha, nell'era della globalizzazione, strumenti sempre più "persuasivi" per allargare la forbice fra  profitti (e redditi dei manager) e salari. Gli insuccessi dell'impresa possono essere pagati, da una parte con la riduzione dei profitti, dall'altra con la perdita del lavoro, se non della vita.

Ha ragione Marchionne. Viviamo dopo Cristo. Dalla caduta del muro. Non c'è più lotta di classe e chi la propone vive avanti Cristo. Non può esserci lotta di classe se una classe ha un deterrente nucleare e l'altra, frantumata, può solo tentare una scarmuccia con archi e frecce. Tanto vale apprezzare la filantropia del signor Farkas.

Mi rendo conto che, grazie a Reagan, o a Stalin o a Breznev o a Gorbaciov, per qualche decennio sarà considerato futile e arcaico parlare di appropriazione collettiva dei mezzi di produzione, di socialismo o comunismo cioè. Però solo in quella direzione risiede la soluzione di contraddizioni altrimenti insolubili fra proprietari, lavoratori e consumatori. Diciamo che vorrei almeno custodire il sogno di un ordine in cui insieme si decidesse se valga la pena rischiare vite per estrarre l'oro. Un ordine in cui, deciso eventualmente che valga la pena, chi decidesse di rischiare la propria vita, dopo aver conosciuto l'entità del rischio,  venisse retribuito un po' più di Lapo Elkan (un nome pressocché a caso) e potesse essere assistito per scegliere come morire nell'emergenza. 

Adesso racconterò di una esperienza personale che forse, insieme alla claustrofobia, è all'origine di questo pezzo. Sono passati quasi 40 anni. Ero insegnante in un corso professionale per giovani aspiranti lavoratori della miniera di Pasquasia (Enna) che alternavano aula e stage (in miniera). Un giorno trovai in aula un silenzio assoluto. Nessun saluto di accoglienza. I dirigenti della miniera erano molto cortesi e rispettosi verso gli insegnanti. Esempio: erano autenticamente dispiaciuti di doverci attribuire, per motivi di organizzazione didattica,  il turno B della mensa in cui ci saremmo mescolati ai minatori. Nel turno A avremmo condiviso il pranzo con i "colletti bianchi". Avevano questa sensibilità "di classe". Diversamente non ebbero la sensibilità di informarci di quanto accaduto. C'era stato un incidente mortale in miniera. I corsisti avevano assistito alla morte orrenda di un minatore finito con la testa schiacciata sotto un macchinario. Mi chiedevano cosa fare. Continuare, accettare i rischi di quel lavoro o scappare via. Non sapevo cosa rispondere. Non avevano alternative. La più concreta sarebbe stata l'arruolamento in una cosca. Uno, in disparte, mi confidò la sua alternativa. Era fidanzato con la figlia di un impresario di agenzia funebre. Il suocero gli aveva prospettato la possibilità di lavorare con lui. Una naturale, umana fobia gli aveva fatto rifiutare fino a quel momento la proposta. Rimasero tutti. Quando, nel '92, la miniera, che dava lavoro a 500 persone, fu chiusa perché considerata non più remunerativa ci fu la protesta massiccia della popolazione. Poi si sono sparse voci ripetute che la miniera sia diventata un deposito occulto di scorie nucleari. Oggi saprei cosa rispondere. Suggerirei (cinicamente, fatalisticamente?) di accettare la miniera piuttosto che nulla e di portare giù, per precauzione, una pillola di cianuro. E' quello che farei io per sopportare il rischio di 4 mesi di sepoltura, senza sapere l'esito del supplizio. Se non mi fossi premunito, dovrei chiedere che mi si recapitasse giù la pillola. La otterrei? Ci sarebbe un aspro dibattito politico sulla mia testa, con Gasparri e Cicchitto scatenati contro la sinistra per la sua disponibilità ad una dolce morte e contro Napolitano, ovviamente, se non intervenisse "in difesa della vita".

Avrei voluto dire ai corsisti, dovendo subire quelle condizioni di lavoro, di lottare per rivoltare questa società come un calzino. Frase di circostanza: credibile solo se avessi condiviso la loro vita.  
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