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Più scuola. Per i ragazzi o per gli adulti?
post pubblicato in diario, il 11 febbraio 2010
Meritoriamente le Iene affrontano periodicamente la questione livello culturale della classe dirigente. Lo hanno fatto fino alla puntata del 27 gennaio scorso in cui "vittime" erano noti intrattenitori e giornalisti televisivi, quasi tutti soccombenti in quesiti ortografici e grammaticali del tipo "coscienza o coscenza", "po' o pò", "qual è o qual'è" o "participio passato di stare". Lo hanno fatto con più insistenza in interviste rivolte ai parlamentari italiani, sia su temi di cultura generale, sia, più recentemente e più provocatoriamente, sul tema Costituzione della Repubblica italiana. Si può essere abbastanza indulgenti con gli errori ortografici e grammaticali che magari non si riflettono nella pronuncia o nella pratica del linguaggio (in cui si può dire correttamente è stato, pur senza sapere di usare un participio passato). La prima questione però è questa: la maggior parte degli errori ortografici e grammaticali non sarebbero stati commessi dagli illustri interrogati quando frequentavano il liceo. Parliamo allora di apprendimenti labili perché nozionistici (non compresi nella loro ratio). Meno indulgenti si può essere sull'ignoranza di storia, geografia (e Costituzione). Gli interrogati sono deputati e senatori. Quasi tutti sono in imbarazzo su quesiti del tipo "data della scoperta d'America", "data dell'unità di Italia", "data di inizio della rivoluzione francese". Il punto è che, mentre a scuola erano tenuti a conoscere l'anno esatto (a volte il giorno), divenuti adulti, i parlamentari sbagliano talvolta addirittura il secolo. Non va meglio in geografia. Il Darfur per il parlamentare interrogato non è uno stato africano ma un argomento di cucina. Andiamo avanti giacché la verifica sulla conoscenza della Costituzione è obiettivamente più drammatica. E' ammissibile che, mentre la Costituzione è oggetto di dibattito per le ipotesi di riforma (ed anche di stravolgimento), quelli che sono chiamati a discuterne ne sappiano così poco? Grosso modo difatti riescono a recitare il primo comma dell'art.1 (L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro). Nessuno sa enunciare il secondo comma (La sovranità appartiene al popolo che la esercita nei limiti fissati dalla Costituzione). Nulla sanno dire i parlamentari dell'art. 2 o dell'art. 3. Proprio nulla, neanche se "aiutati". Insomma per me fa un figurone l'on. Colaninno (cito solo il più bravo...) che commette solo un errore marginale, insistendo sul numero 138 degli articoli della Costituzione (anziché 139).

Beh, nessuno si azzarda a dire che il cittadino medio italiano avrebbe risposto meglio. Il punto è che una volta pensavamo che i parlamentari dovessero essere la crema della società e capaci di rappresentare i cittadini, non nel senso di essere rappresentativi della loro ignoranza. La prima domanda, retorica, è quindi: si può accettare questo livello culturale nei rappresentanti del popolo? Ovvia risposta: no. Una sottodomanda potrebbe essere: questo livello è precipitato forse negli ultimi 30 anni? C'è da credere di sì, anche se non c'è prova possibile. Ma francamente non è facile pensare che un Aldo Moro o un Enrico Berlinguer o un Giovanni Malagodi sarebbero stati così facilmente sbeffeggiati come è successo ai nostri politici. L'altra domanda però, posto che il cittadino qualunque risponderebbe addirittura peggio (anche se è difficile immaginare questo peggio), è: si può giustificare l'investimento in risorse finanziarie e in fatica (dei docenti e degli studenti) per cercare di fissare nozioni destinate a perire? Pochi dati statistici per ribadire lo stato delle cose. Secondo una ricerca dell'Accademia della Crusca e dell'Invalsi (l'istituto per la valutazione scolastica), su un campione di 6000 temi sviluppati da studenti nella maturità 2007, il 52% era da considerare insufficiente. Non stupisce allora che, secondo i dati Ocse, i nostri studenti siano in fondo alla classifica (anche se sono particolarmente i dati del Sud e della secondaria superiore a farci precipitare in classifica). Aggiungiamo, riguardo il possesso di titoli formali che i nostri diplomati sono il 42% contro il 59% della media europea ed i laureati il 9% contro il 21% . Se guardiamo agli adulti i dati peggiorano ovviamente per la minore partecipazione all'istruzione scolastica dei concittadini meno giovani. Per l'Unione nazionale lotta analfabetismo gli analfabeti in Italia sono il 30%. Alcuni non sono mai andati a scuola. La maggior parte sì, fino alla V elementare, ma, dopo 5 anni mediamente, ha perduto le competenze acquisite a scuola. Si può diffidare da una statistica. Misura veramente ciò che conta? Però la coincidenza fra statistiche sui titoli formali e statistiche diverse sulle competenze osservate, nonché fra statistiche ed inchieste (come quelle delle Iene) o esperienze personali lascia poco scampo. Una obiezione potrebbe essere: come è possibile che il livello di istruzione dei cittadini italiani sia così basso, se, tutto sommato, siamo in competizione (non sempre perdente) con l'Europa ed il mondo? La risposta non può che essere questa: noi stiamo consumando un patrimonio ereditato. Stiamo consumando un vantaggio geografico, climatico ed ambientale. Stiamo consumando l'enorme eredità lasciatoci dalle civiltà e culture insediate nei secoli scorsi in Italia (da Roma, agli Arabi al Rinascimento). "Siamo nani sulle spalle di giganti" diceva Bernardo di Chartres. E si pensi a come, noi nani, stiamo dissipando un patrimonio artistico senza pari, rinunciando alle risorse umane disponibili "bruciate" stupidamente nella disoccupazione, piuttosto che impiegarle da pulizieri e da addetti ai beni culturali nei nostri siti monumentali abbandonati.

Il nostro gap di istruzione (rispetto agli altri e soprattutto rispetto al desiderabile) non è un problemino fra gli altri, ma il problema, stranamente marginale nel dibattito politico e culturale di oggi. Si può dire che per i giovani le proposte di area democratica hanno pensato sostanzialmente di risolvere il problema con la formula più scuola (più ore a scuola, più anni a scuola), quelle della destra hanno puntato a ordine, disciplina e gerarchia ovvero grembiulino e voto di condotta. Per gli gli adulti e gli anziani tutti si sono affidati tacitamente al ricambio generazionale (aspettare che la scomparsa delle generazioni perdute corregga le statistiche).

Una linea diversa sarebbe investire per i giovani in una scuola di qualità, capace di motivare e di esibire la rilevanza del curriculum (la possibilità di trovare nello studio una risposta ai propri bisogni). Una scuola da cui non si scappi al suono della campanella come il tappo della bottiglia di spumante. Una scuola in cui a nessuno venga in mente di copiare ed in cui studente e famiglia pretendano non un bel voto ma una valutazione seria, quel che serve per conoscere se stessi ed orientarsi fra i saperi. Questa scuola non c'è. C'è qualcosa e qualcuno qua e là: magari una brillante ed appassionata precaria, con cui nostro figlio ha finalmente compreso la differenza fra "e" congiunzione ed "è" terza persona presente del verbo essere, che però domani cercherà impiego in un supermercato, restituendo la cattedra alla titolare tornata annoiata da una lunga malattia.

E gli adulti? Non dovrebbero tornare sulle nozioni apprese da ragazzi a scuola, prima che sbiadiscano completamente? Non dovrebbero rivisitarle alla luce delle esperienze svolte? Non dovrebbero essere istruiti sul mestiere di genitore o nonno? Non dovrebbero poter acquisire i saperi nuovi, sia la nuova geografia politica del mondo, sia informatica ed internet che allora non studiarono? E chi lavora non dovrebbe studiare il contesto economico in cui vive la sua impresa, insieme alle nuove tecnologie, per crescere in competenze e per prevenire i rischi di obsolescenza e disoccupazione? Sì, naturalmente. Ma avviene molto raramente. Quando avviene però è con approccio diverso, più partecipato da parte degli studenti adulti di quanto non avvenga fra i giovani studenti della scuola "subita".

Diciamo allora che per i nostri ragazzi servirebbe non già più scuola ma più qualità a scuola. Per gli adulti quel poco che esiste può essere di qualità superiore, grazie proprio alla loro migliore capacità di controllo e di negoziazione. Solo che non c'è quasi niente. Nei prossimi post discuteremo di ciò che si muove (lentamente) nella formazione degli adulti e come le metodologie che in quell'ambito si sviluppano possano modificare in profondità quelle in uso nell'istruzione giovanile, verso un sistema di formazione permanente.













































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