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La storia come pedagogia politica
post pubblicato in diario, il 18 gennaio 2013

Il Pericle di Umberto Eco

All’indomani dell’investitura di Pisapia a Milano un oratore si cimentò, come era in voga in quei mesi, nella declamazione del discorso di Pericle agli Ateniesi (Tucidite). “Noi ad Atene facciamo così” ritmava il discorso alludendo all’Italia democratica soffocata dalla insopportabile tirannide. “Noi ad Atene facciamo così”: più inebriante di un ritornello di successo.

Altra lettura di culto era il pezzo di  Elsa  Morante che invadeva facebook, chiaramente (apparentemente) dedicata al tiranno di Arcore, tranne accorgersi alla fine che l’uomo orribile descritto era in realtà Mussolini.* L’effetto spiazzante e anti-berlusconiano era assai efficace.  La metà degli italiani  trovava conforto e stimoli all’azione  in letture di tal tipo, consegnateci da storici o scrittori perché italiani del ventunesimo secolo le  utilizzassero nella battaglia politica.   

Ma gli intellettuali hanno spesso il gusto del pensiero divergente. Adorano spiazzare. Infatti, tornando a Tucidite, mi colpì la stroncatura alla declamazione del discorso di Pericle di uno studioso da me, come da molti, assai ammirato: Umberto Eco. Non condivisi per nulla, anzi mi stupì (e direi mi deluse) quell’intervento.  Eco sfondava a mio avviso una porta aperta. Se avesse avuto ragione,  non solo Pericle, ma tutti i miti e i monumenti della democrazia avrebbero dovuto essere divelti. **

Tucidite fa dire a Pericle che Atene vanta di fondarsi sulla democrazia ovvero su un regime in cui il potere non appartiene a pochi.   Ma Eco obietta: i cittadini erano neanche la metà della popolazione; gli altri erano schiavi o meteci (immigrati) senza diritto  alcuno.  Vero.  Ma – per dire -anche l’aula sorda e grigia  (il Parlamento) che Mussolini prima minacciò e poi sterilizzò rappresentava una quota minima dei cittadini italiani dell’epoca. Mussolini demistificava meritoriamente  rappresentanza e democrazia?

L’eroica e mitica lotta per l’indipendenza americana istituì uno stato “razzista” fondato anche sul lavoro schiavile. E con la sconfitta del Sud, non è che si eleggesse Barack  Obama. E non è che a molti venisse in mente in Italia come negli Usa che quando si parlava di libertà e di eguaglianza degli uomini sempre e comunque si parlava di uomini in quanto maschi. Etc.

Pericle fra l’altro esalta il civismo e la convivialità del popolo ateniese. Quel popolo sa battersi con le armi all’occorrenza, ma non vive (come altri) per la guerra. Ama le feste, la gioia e la bellezza.  E’ un popolo che a teatro si incontra per ascoltare Eschilo, Sofocle, Euripide.  Ma per Eco l’apologia della convivialità ateniese   è un manifesto da divertimentificio Mediaset.

E poi gli aspetti biografici di Pericle: opportunismo, demagogia, e addirittura considerazioni disinvolte sulla moralità della madre.

Mi sono chiesto allora: ma a noi serve la verità storica e la demistificazione degli eroi, tutti colpevoli, almeno di avere rubato qualche volta la marmellata o di una infedeltà coniugale, etc. ? Ci serve questo e solo questo?

O ci serve anche un racconto capace di incarnare valori e speranze? Ci serve una pedagogia politica che “isola” dalla complessità e dalla verità storica  miti e “campioni” della bella politica?   

Oggi è così difficile parlare di bella politica. A tutti gli attori contemporanei è stata strappata la maschera: Kennedy, Clinton, per alcuni aspetti, Togliatti, Craxi, per altri. Poc’anzi leggevo della Thatcher, un mito della destra, imbruttito dall’età, dall’Alzehimer dalla rivelazione di paure e indecisioni nei momenti cruciali.   E poi il presente pare proprio inguardabile. Cosa resta al netto di ruberie, battute e battutine e di piccoli provvedimenti?  

Dove trovare modelli di politica alta? A dispetto di Eco (dopo il suo citato intervento), vado a leggere gli antichi. Un po’ perché gli antichi sono più numerosi dei moderni, un po’ perché comunque (malgrado Eco) meno esposti alla distruttiva demistificazione.

Socrate, Platone, i tecnici  e la nobile menzogna

Restiamo in Atene. La verità storica su Socrate è stata probabilmente oscurata dall’impatto pedagogico della sua morte. Oggi  è vietato dir male di Socrate come di Garibaldi.  D’altronde credo sia indubitabile che Socrate fosse un campione del pensiero anti-democratico.  I democratici che lo condannarono a morte non erano incolti o sprovveduti. Sapevano cogliere la minaccia implicita nella sua filosofia aristocratica.  Socrate però che rifiuta  la fuga e sceglie di morire in ossequio alle Leggi pur ingiuste, che muore perché le Istituzioni siano salve, sarà pure un avversario della democrazia, ma è comunque un esempio che ci lascia un esempio da conservare e di cui la democrazia ha bisogno. 

Simile discorso per il suo discepolo Platone.  Cui peraltro io stesso in queste note sostanzialmente mi ispiro.  Platone parla di ghennaion pseudos. Parla di nobile menzogna. E sta parlando nella Repubblica dei miti, delle utopie che debbono migliorare gli uomini. Sta parlando di pedagogia.  Nella Repubblica disegna uno Stato ideale. E’ uno  Stato assolutamente classista.  I filosofi, i sapienti, i “tecnici” della buona politica e della amministrazione,  stanno ai vertici.  Platone ha polemizzato aspramente con la filosofia democratica. Mai chiederemo che il pilota della nave sia scelto da chi non sa niente di navigazione. E mai accetteremmo di essere curati da un medico eletto dal popolo. Come potremmo accettare che lo Stato sia guidato da incompetenti eletti da incompetenti? Non ci ricorda qualcosa il governo dei filosofi?  Oggi sarebbe il governo degli economisti, no? Sotto i filosofi-politici-tecnici  del governo staranno i guerrieri. Alla base dello Stato in fondo alla gerarchia i produttori. A loro è concesso l’egoismo e la concupiscenza. Loro vivranno in una economia mercantile mentre l’élite dei filosofi disinteressati praticherà un rigoroso e austero comunismo dei beni e degli affetti.

Marx, come Eco per Pericle, demistificò il comunismo di Platone e il suo  inganno classista.  Altri hanno considerato legittimo fare astrazione della storicità di quell’invenzione per conservarne il mito produttivo di un ordine comunista universale.  Entrambe le operazioni sono legittime . In un caso si tratta di storia, nell’altro di pedagogia politica, indifferente alla verità, attenta al Bene e ai miti fecondi di azioni positive.

Augusto e il potere come servizio e rappresentazione

Faccio un salto verso la storia romana e vado a rileggere qualcosa su Ottaviano Augusto. Le Res Gestae  sono un monumento storico-pedagogico altissimo. Augusto descrive la propria carriera, le sue imprese, il cursus honorum, dettagliatissimo. Santo Mazzarino ci ha aiutato a capire il senso di quei dettagli. Il primo imperatore romano ci sta assicurando, mentendo a se stesso, che Roma è ancora una Repubblica. Così si spiega il dettaglio ricorrente “assunsi la carica x e deposi la carica y”. Non cumulai cariche. C’era al più accanto o sopra le cariche assunte o dismesse la forza a-costituzionale dell’auctoritas, un’autorevolezza acquisita che oggi forse chiamiamo carisma. Appunto come non pensare ad oggi? Il ghennaion pseudos, la nobile bugia  di Augusto è il segno di un rispetto devoto alla legalità (anche mentre di fatto la si svuota). Rileggo Svetonio, la vita dei Cesari, fermandomi alla vita di Augusto. Non è per caso. La possibilità di una politica “sobria” è una delle cose che cerchiamo. E nell’Augusto di Svetonio, trovo quello che cerco. A parte l’insofferenza del primo degli imperatori romani per l’adulazione e le cortigianerie fino al divieto di chiamarlo “padrone”, mi basta una riflessione sul racconto della sua morte. Poche parole di congedo,  manifesto e interpretazione della politica come servizio.  Racconta Svetonio che Augusto, nel letto di morte, chiamasse gli amici, chiedesse delle reazioni popolari alla notizia della sua fine imminente. Poi volle uno specchio e un pettine per acconciarsi all’addio.  Quindi, in greco, la lingua sovente usata dai romani colti: “Ho interpretato bene la parte della mia vita? Se sì, allora applauditemi”.  Era la formula in uso per il congedo degli attori dalla scena. Così la politica, la politica al massimo livello, diventa un ruolo, una parte, qualcosa che ci viene assegnato e di cui occuparci con la perizia del bravo attore. E la metafora ti fa sentire una distanza fra l’uomo e l’attore, fra l’uomo e l’imperatore. Io non sono l’imperatore. Io debbo fare l’imperatore. Portare il peso della carica, della rappresentazione.  E morire da imperatore.***

Adriano e la fatica dell’autoformazione alla politica

Svetonio era contemporaneo di Adriano. Così ho riletto lo splendido “Le memorie di Adriano” di Margherita Youcernar.  Il libro è anche la storia di un progetto di autoformazione. E, se devo ricordare un brano, ricordo queste parole che così bene esprimono l’intenzionalità e la progettazione della propria vita e di una bella vita. “Così pian piano le mie azioni mi formavano” dice Adriano. Non solo essere per fare quindi ma, al contrario, fare per essere. Le azioni positive come “allenamento”  per dare forma alla mente.

Eco, naturalmente, se mi leggesse, metterebbe in dubbio la verità di queste parole   (che metto in dubbio anch’io). Io risponderei mettendo in dubbio l’utilità della verità storica. O almeno opponendo l’utilità pedagogica dei miti e delle invenzioni dell’arte.       

* http://www.youtube.com/watch?v=JWRXuwZjluQhttp

** http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/14/pericle-il-populista.html

***Supremo die identidem exquirens, an iam de se tumultus foris esset, petito speculo capillum sibi comi ac malas labantes corrigi praecepit et admissos amicos percontatus, ecquid iis viderentur mimum vitae commode transegisse, adiecit et clausulam:

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Di chi è la Fiat?
post pubblicato in diario, il 6 novembre 2012

Ancora su Fiat e Marchionne, per andare oltre. Può lasciarci indifferenti il comunicato Fiat riguardo i 19 licenziati di cui la magistratura ha imposto il rientro? Nel comunicato,poi ritirato ed emendato, praticamente si chiede esplicitamente a chi lavora in Fiat di condividerne progetti e anima. Non basta, no, far bene il proprio lavoro. Bisogna proprio amare l'azienda. Non so, ma credo che neanche ai tempi di Valletta si avrebbe avuto il coraggio di tali affermazioni. Mi è venuto di pensare alla mia personale esperienza di operatore nel sistema della formazione professionale. Mi è capitato molte volte - anche in pubblici convegni - di criticare aspramente i presupposti, gli obiettivi e i metodi del sistema e del centro in cui lavoravo. Ciò non mi ha mai impedito di svolgere con impegno il mio lavoro. Al più la critica era per me il presupposto per suggerire nuovi metodi e obiettivi, in parte realizzati nel mio centro e per i quali sono stato addirittura promosso. Con Marchionne sarei stato licenziato? Naturalmente se la Fiat fosse una cooperativa, se i lavoratori ne fossero soci e fossero chiamati a determinarne le scelte, beh, avrebbe qualche senso quel comunicato (emesso eventualmente dall'assemblea dei soci). La Fiat è degli Agnelli, degli azionisti e di Marchionne o dei lavoratori e degli italiani che ne hanno permesso l'esistenza e la redditività? Noi sentiamo - vero? - che c'è una verità e una proprietà giuridica, contrapposta a una verità e ad una proprietà percepita. Il comunicato Fiat (ritirato) mette i piedi nel piatto di tale contraddizione.

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Fiat e licenziamenti: la verità di Alba Parietti
post pubblicato in diario, il 1 novembre 2012
La Corte di Assisi di Roma ha imposto il reintegro dei 19 lavoratori di Pomigliano, rei per la Fiat di militare nella Fiom. Ovviamente la Fiat non si è espressa proprio così. Contabilmente è vero che se i 19 si aggiungono ai 2100 (o qualcosa di simile) che rappresentano l'organico necessario secondo l'azienda, altri 19 dovranno uscire. L'azienda non può sopportare un sovraccarico di forza lavoro pari circa all'1%. In altri tempi e in altri climi un esubero così risibile sarebbe stato gestito diversamente. Dolcemente, con rallentamento del turn over, ad esempio. Ma oggi l'esigenza di Marchionne è diversa. Lui vuole che la violenza sia visibile. Sia chiaro che ogniqualvolta vincerete, ogniqualvolta la magistratura vi darà ragione, scatenerò un inferno tale che non vorrete più vincere. Sindacato contro sindacato, lavoratori entranti contro lavoratori uscenti. E allora, si può aprire il dibattito che si vuole: sul diritto, sulle politiche industriali, sulla Fiom estremista o sulla Cisl collaborazionista. Però, io, più attento alla verità delle emozioni, e un po' superficiale (programmaticamente superficiale) sui numeri e le norme, la verità l'ho sentita oggi da una persona che ritengo sottovalutata. Una persona che non mi ha mai attirato né come donna di spettacolo né come donna avvenente: Alba Parietti. Con la passione che le è propria quando affronta le dimensioni del sociale e del politico, oggi, nella composta trasmissione di Cristina Parodi, gridava: "E' come la decimazione praticata dai nazisti!". E se ne infischiava dei distinguo di Cecchi Paone, suo interlocutore. Perché i distinguo si fanno dopo. Prima si sceglie con chi stare.

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La Firenze di Marchionne
post pubblicato in diario, il 10 ottobre 2012
L'ultima di Marchionne è proprio inaccettabile. Firenze, la città di Renzi, è "una città piccola e povera". Inaccettabile che il manager più pagato in Italia si possa dimostrare impunemente tanto ignorante, conservando prevedibilmente i suoi privilegi. Inaccettabile la spocchia. Inaccettabile che resti in Italia piuttosto che scegliere la grandezza e la ricchezza di Detroit. Inaccettabile che gli Agnelli, cultori di sci e di vela (Della Valle) non abbiano nulla da dire. Cosa abbiamo fatto per meritare questo?          

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Sarei promosso in quinta elementare?
post pubblicato in diario, il 18 settembre 2012

Ho avuto il compito di assistere mio nipote nel completare i compiti delle vacanze. Mio nipote sta iniziando ora la quinta elementare. Io, bene o male, ho una laurea col massimo dei voti.  Con mio nipote è stata una bella occasione per una presa di coscienza dei miei saperi. Non la faccio lunga. In italiano dovrei cavarmela. Dovrei. Ma una cosa è usare le preposizioni articolate, un’altra sapere che si chiamano così: “preposizioni articolate”. Egualmente, per la matematica, una cosa è applicare nei conti le proprietà delle quattro operazioni, un’altra sapere che si chiamo proprietà associativa, dissociativa, commutativa, etc.  Ma la tragedia è con la geografia e con i laghi. L’esercizio chiede di ricordare i laghi italiani e di classificarli, uno per uno uno,  nelle categorie: laghi tettonici, vulcanici, glaciali e non so quali altre. Mio nipote ha dimenticato il libro a casa. E’  una tragedia. Se poi il collegamento internet si imballa è un disastro.

Così sono sicuro: non sarei stato promosso in quinta elementare. E poi qualche minuta osservazione. A suo tempo fui promosso. Come ho utilizzato i 60 anni successivi? A dimenticare quello che avevo appreso. Seconda osservazione.  Delle due una. O mi insegnarono cose di cui potevo tranquillamente fare a meno, sottraendo tempo ai miei giochi. Oppure ho pagato nella mia vita, senza accorgermene, l’ignoranza sopravvenuta. E in questo secondo caso è ragionevole che lo Stato mi obblighi a studiare fino a 16 anni,  disinteressandosi dopo della persistenza dei miei apprendimenti? Non sarebbe più sensato selezionare meglio i saperi (e i saper fare) e poi svilupparli e farne manutenzione lungo tutto l’arco della vita?  Sì, mi sono convinto che dovremmo periodicamente replicare gli esami, non solo quelli della scuola dell’obbligo: la laurea, le specializzazioni, le abilitazioni, la patente  dell’auto, quella di genitore e nonno, quella di cittadino.  Dopo (o insieme) all'effettività del diritto al lavoro per tutti, l'effettività degli apprendimenti per tutti e per tutta la vita, rappresenterebbe il segno di un mutamento totale, quello che aspetto. 

 


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Quelli di Alcoa e di Sulcis e quelli invisibili
post pubblicato in diario, il 6 settembre 2012


I lavoratori di Alcoa che marciano su Roma. I minatori della Sulcis che si autosequestrano  sottoterra circondati di esplosivo, ricatto non nominato contro la violenza del mercato che non si chiama violenza. Centinaia di lavoratori in lotta per la difesa del  posto  di lavoro. Loro quelli più combattivi e più fantasiosi, loro i gruppi più numerosi, loro quelli di cui si parla.

Ma i tavoli della crisi sono centinaia. I lavoratori che mensilmente perdono il lavoro migliaia. Quelli che rischiano di perderlo decine, centinaia di migliaia, quelli che lo hanno perso milioni. Più numerosi ancora quelli che hanno smesso di cercare lavoro e non chiedono più nulla.

Prima di continuare dico subito che tutti potrebbero e dovrebbero essere salvati o recuperati a un lavoro e un progetto.  Però mi si dice che  tutti non si può.  

Cominciamo con quelli  che non si può. Non si può (non conviene) dare un lavoro a chi non lo ha mai avuto o lo ha perso da un pezzo. Fra tante emergenze loro non sono una emergenza. Non chiedono niente allo  Stato. Sono donne tornate a casa ad occuparsi di bambini e genitori anziani. Sono giovani fuggiti all’estero. Sono uomini e donne che tirano a campare con un lavoretto in nero o delinquendo o chiedendo un reddito alle cosche. Queta non movere.  Non sono un problema di ordine pubblico.

Non si può dare un lavoro ai lavoratori licenziati dalle piccole e medie imprese in crisi. Alla commessa licenziata dal negozio che vede dimezzati  gli acquisti  di coca cola,  patatine fritte o bermuda.  Al manovale licenziato dall’impresa edile che non trova più  nessuno e niente per cui cementificare.  Sì,  beh,  si potrebbero pagare i crediti contratti verso la pubblica amministrazione. Vedremo di pagare qualcosa. Si salveranno mille. E gli altri centomila?  Pazienza. Così per i precari storici e invecchiati della scuola o per i giovani laureati che vorrebbero insegnare. Chi scegliere? Facciamo metà e metà. Geniale! Sì certo si può fare un po’ di ammuina, spostare di qua, rinviare questo o quello promesso o deciso. Tanto chi se lo ricorda? Si potrebbe rilanciare la liberalizzazione berlusconiana delle ristrutturazioni: un piano in più qua, un garage là. Tanto il prezzo dell’Italia insicura e imbruttita lo pagheranno le future generazioni.  Ma ci sono quei rompiscatole degli ecologisti e c’è il professor Settis e gente come lui, intellettuali che nulla sanno di economia e strepitano e lanciano il discredito sul paese se crolla un muro sul Pincio o qualche rudere a Pompei.  Insomma praticamente non si può far nulla.  Si può aspettare che la ruota misteriosa dell’economia giri. E intanto mettere in moto per quel che si può (se si può) il motore macroeconomico, quello che iniettando denaro salverebbe mille o un milione di posti, rigorosamente anonimi, perché la macroeconomia non conosce curricula e carte di identità, se non all’ingrosso.  Sì,  però salterebbero i conti, l’Europa e i mercati ci punirebbero. Allora facciamo finta di sapere come fare.  Questi soldi li togliamo per mettere a posto i conti, poi li restituiamo per il capitolo sviluppo. Lo sviluppo è una cosa così. Di che parliamo domani in Consiglio dei ministri?  Parliamo di pensioni? Parliamo di diritti civili? No, quelli il mese prossimo, domani parliamo di sviluppo.  Domani risolveremo il problema dello sviluppo. Quello che non abbiamo risolto in quest’ultimo anno perché c’erano altre priorità. Quello che non abbiamo risolto negli ultimi decenni con lo stop and go della macroecomonia e con i provvedimenti per la Fiat. Già quanta saggezza in Giuseppe Bortolussi (CNA di Mestre) che diceva: "Vi siete chiesti quanti manutentori meccanici hanno perso il lavoro  per le rottamazioni che salvavano posti di lavoro in Fiat?" Già, gli invisibili.  Intanto risolviamo il problema dei minatori, quello più esplosivo (metaforicamente e no). Facciamo finta di aver realizzato  la quadratura del cerchio, che ciò che era fuori mercato ridiventi competitivo  - oplà, come in un gioco di prestigio – nascondendo come si può il costo attribuito allo Stato.  Perché altro non si può.  Non si può con queste regole.  La verità  dell’economia reale tace. L’evidenza direbbe che i bisogni umani sono sterminati. Che si potrebbe/dovrebbe armare di zappa o computer l’esercito di inoccupati, prendendo le risorse dove sono disponibili, abbondanti e sterili (rendite,  evasione, ricchezze spropositate). E che se – per assurdo -non ci si riuscisse, pur volendolo,  bisognerebbe chiedere a padri e  nonni  di consegnare l’equivalente delle sterili paghette per acquistare zappe e computer per figli e nipoti.  Sembra evidente e razionale. Ma gli invisibili tacciono e non chiedono niente.  E noi chiamiamo l’assurdo “realismo”.

 

  


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Qualche volta le donne non mi piacciono
post pubblicato in diario, il 30 agosto 2012
ono seduto in piazza con la mia coppa di gelato ad ascoltare Zampaglione, ex dei Tiromancino, di cui praticamente non so niente. Bella voce probabilmente, ma non è il mio genere. E poi l'audio è così così . E davanti a me c'è lui il vero protagonista della mia serata, un tale seduto con tre donne. Prima che inizi a cantare Zampaglione, faccio in tempo ad apprendere che il tale è divorziato e generosissimo con il nuovo compagno della moglie. Poi inizia il concerto che un po' disturba la narrazione delle gesta del mio vicino. Comunque inarrestabile. Non prende fiato se non per accendere l'ennesima sigaretta e gesticola, gesticola, narrando di una storia dopo l'altra (storia, nel senso di avventura erotica). E le tre donne? Una forse è la sua fidanzata, visto come la stropiccia. Ma le altre? E tutte tre perché diavolo ci stanno ad ascoltare, sorridendo, annuendo, senza dir parola? Per una granita? Sì le donne non sono tutte Rita Montalcini o Margherita Hack e neanch'io sono Veronesi. Ma a questo punto, no! Poi, quando Zampaglione scende dal palco è tutta una corsa di ragazze per l'autografo e - le più "fortunate" - per una foto. Va bene, normale. Ma lascio la piazza con una nuova determinazione a proporre alle mie nipotine la pedagogia dell'autonomia e dell'autostima.

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Quelli che leggono Libero
post pubblicato in diario, il 24 agosto 2012

La peggiore del mese per me è quella di Libero del 13 agosto.

Patrizia Todisco, gip: la zitella rossa che licenzia 11mila operai Ilva.

In un rigo solo: maschilismo becero, livore anti-legalità, difesa della salute come vezzo di radical chic indifferenti al lavoro. della gente comune.  Complimenti! C'è da mettere le mani fra i capelli pensando che milioni di italiani leggono e apprezzano Libero e hanno qualcosa di simile a un orgasmo leggendo queste porcherie. Dove sono questi italiani? Prendono il  sole accanto a me in spiaggia? Sono al banco del bar accanto a me a sorseggiare un caffè?



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La cugina del giudice
post pubblicato in diario, il 24 agosto 2012

Non ci sono altri clienti in farmacia. La farmacista prende in mano la mia carta sanitaria e fa un cenno alla mia origine siciliana. Lei è di Canicattì, molto lontano dalla mia Siracusa.  Parliamo di cannoli, di dove trovarli a Ostia o a Roma, somiglianti agli originali. Discutiamo anche della differenza fra cannoli dell'est e  dell'ovest.  Insomma le solite cose di cui parlano due siciliani che si incontrano. Dico qualcosa di Canicattì. Ne  ho un pessimo ricordo, per quel poco che l'ho vista, come di una città urbanisticamente sconvolta, senza forma. Ma questo non lo dico alla farmacista. Dico solo qualcosa sulla mafia locale, particolarmente feroce: la Stidda,  costola scissionista di Cosa nostra. Arrivano clienti. D'impulso faccio il nome di Cesare Livatino, il giudice ragazzino, massacrato il 21 settembre del '90 sulla strada che dalla sua Canicattì lo portava al tribunale di Agrigento dove prestava servizio. Lei ha un sobbalzo: "Era mio cugino  - dice - cugino di mia madre". I clienti aspettano. Ma non sembrano disturbati. Ascoltano. E la farmacista continua. Dice di quel  parente "ragazzino" così studioso, dalla carriera scolastica, universitaria e professionale brillantissima e veloce. Dice del suo impegno militante anche nella fede. Sì, ne so qualcosa.  L’essere  “laico”non mi impedisce di apprezzarlo. Mi chiede se so che è in corso una causa di beatificazione. Lo so. Fu avviata dopo che  Giovanni Paolo II  ebbe a chiamarlo  "martire della giustizia e quindi della fede". Mi chiede se so della piazza intitolata a Roma in onore del giudice. Non lo sapevo. Vivo da poco tempo a Roma, mi scuso.  Ci andrò.

Mi chiede se ho visto il film a lui dedicato. L'ho visto. Non ho mai letto il libro di Nando Dalla Chiesa invece, intitolato al “giudice ragazzino”.  Commento il significato sprezzante che aveva l'aggettivo "ragazzino"  in Cossiga che lo pronunciò, anche se poi negò di averlo attribuito a Livatino. Parlava in Cossiga la cattiva politica di quelli che conoscono il mondo com'è -dei compromessi e delle trattative - e non hanno sentore di un mondo diverso. Vado via,  salutando la farmacista e scansando la fila in attesa.

Perché ho raccontato questo incontro? Probabilmente per i sensi di colpa che tormentano i siciliani che, pur  ostili alla mafia,  si sentono colpevoli di non essersi spesi abbastanza. Che hanno vissuto in una terra di troppi eroi e troppi martiri, grazie ai quali però è  ancora pensabile di vivere in Sicilia.

Forse anche per altro.  Non è giusto sentirsi  colpevoli  per aver criticato un assassinato. Anche ai martiri in vita capita di aver torto.  Ma se ci facciamo beffa dell’impegno è diverso.  Molto diverso. Quando lo facciamo, ricordiamo i rischi di doverci  pentire dopo e di detestarci,  ad assassinio consumato.  

 


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permalink | inviato da salvatore1 il 24/8/2012 alle 9:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I morti come clave
post pubblicato in diario, il 27 luglio 2012

No, non mi è piaciuto il comunicato di condoglianzedel nostro Presidente in occasione dell’improvvisa scomparsa del consigliereD’Ambrosio. Non mi è piaciuto che sia stato connotato da risentimenti econtestazioni verso chi aveva contestato lo stile del consigliere intercettatocon Mancino implorante aiuto. Ho seguito, formulando nella mia testa giudizi prudenti sul significatodell’iniziativa di Napolitano, il ricorso del Presidente a un giudizio dilegittimità in materia di intercettazioni che lo hanno riguardato. Ho volutocredere alla sua buona fede.  RiguardoD’Ambrosio non ho elementi per contestare il valore dell’uomo, certificato dalsuo curriculum. Però.. Però mi è apparso non apprezzabile  la disponibilità del magistrato verso lelagnanze dell’ex ministro dell’Interno. Mi mancava, come a tutti, tranne cheagli inquirenti, il tono del dialogo, tante volte più significativo delleparole. Il tono poteva essere di annoiata condiscendenza, come spesso verso ipostulanti o magari  di attivacondiscendenza. Ho pensato che con Mancino D’Ambrosio, intercedente,  e forselo stesso  Napolitano  potessero avere avuto quell’atteggiamento –come dire ? – vanitoso del potente cui viene chiesto aiuto. “Ci penso io”,“Vediamo cosa si può fare”. Il normale atteggiamento, nazionale, forse non solonazionale, del potente corteggiato. L’atteggiamento che il ventennio del “ghepensi mi” ha ulteriormente legittimato. Nondimeno il comunicato di Napolitano dopol’improvvisa  morte per infarto del suoconsigliere è un’altra cosa.   E’possibile, certo, che gli attacchi subiti siano stati determinanti e fatali perun cuore malato. Così come è possibile che il no di una banca sia determinantenel suicidio di un imprenditore.  O chelo stress dei ritmi della fabbrica sia determinante nell’incidente d’auto mortaledi un operaio uscito dal lavoro. O forse erano determinanti le litigate con lamoglie? Diciamo che tutti gli italiani corrono rischi nel lavoro e nella vitadi ogni giorno. E producono rischi agli altri. Non può essere la morte ilgiudice. La morte non fa eventualmente giusto l’ingiusto. Lo rende solomeritevole di compassione. Napolitano – purtroppo- mi ha fatto pensareall’orrida strumentalizzazione della destra berlusconiana (non a caso accorsain difesa del Presidente). Mi ha fatto pensare in particolare a quel taleministro del welfare, di nome Sacconi, vero campione della strumentalizzazionedella morte. Ricordate? In tempi non lontani, quando cominciava a entrare incrisi l’apparato ideologico della riforma berlusconiana del mercato del lavoro,l’assassinio di  Biagi era l’unicoargomento di Sacconi. Si presentavano al ministro dati drammaticisull’incremento del precariato. La sinistra per inciso cercava di distinguere Biagie il suo Libro bianco dalla riforma del centrodestra che si diceva ispirata alLibro bianco del giuslavorista assassinato. Erano sempre prudenti, sulladifensiva, allora gli interlocutori di Sacconi nei tanti talk show in cui sireplicò il copione. Alla prima osservazione, alle odiose statistiche Sacconi,paonazzo replicava: “vergona, non avete rispetto neanche per i morti”, conpoche variazioni sul tema.  Oggi, perriferire solo una voce dal centrodestra, quella dell’esponente più  sgradevole di tutti,  la caricatura di Crudelia Demom, dobbiamo leggere“I pm hanno fatto un altro morto. Fermiamoli".     

Napolitano non ha detto così. Ma, Presidente, non avrei maipensato che potesse sfiorarmi il pensiero di paragonarla  a Sacconi e Santanché.  Mi dispiace. 

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