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Istat, disoccupati e inoccupati: perché non vediamo l'anomalia italiana?
post pubblicato in diario, il 28 aprile 2012

2 milioni 108 mila sono i disoccupati 

2 milioni 897 mila sono gli inattivi che non cercano un impiego ma sono disponibili a lavorare. Sono prevalentemente "scoraggiati", persone che ritengono inutile cercare attivamente un lavoro: letteralmente dis-perati, privi della speranza che è presente in chi cerca e in chi lotta per avere o mantenere un lavoro. 

In quanto a tasso di disoccupazione siamo in linea con l'Europa, anzi meglio, mi pare, rispetto alla media europea. Era un dato "sbandierato" dal precedente governo, senza ricevere repliche (tranne che per il dato pesante della disoccupazione giovanile).  

Rispetto alle forze di lavoro (chi lavora o potrebbe lavorare, se dico bene) gli inattivi rappresentano l'11, 6% , dato superiore di oltre tre volte a quello europeo (3,6%).  Speriamo in un + 0,5 di Pil, quando speriamo (non ora, mentre speriamo solo in una recessione moderata) ), ma l'11,6% di inattivi non è potenzialmente un 11,6% di questo benedetto Pil? Grossolanità la mia, lo so. Magari, tenendo conto di questo e di quello, è "solo" un 5% di Pil. Ma non stiamo parlando di un ordine di grandezza incommensurabile con le piccole cose di cui più spesso parliamo? Ho pensato talvolta di non capire. Forse mi sfugge qualcosa, pensavo. Poi però capitava - qualche volta, non spesso- che una Chiara Saraceno o una Irene Tenagli evidenziassero l'anomalia italiana nei talk show televisivi. E allora mi dicevo: non ho le traveggole. Però - accidenti, ricordo benissimo -nessuno, nè condutore né ospite illustre, recepiva o replicava. Quindi resta la domanda: perché non ci interessa?

La mia risposta, la mia ipotesi è che  non ci interessa perché gli inattivi che non cercano un impiego ma sono disponibili a lavorare non rappresentano un problema di ordine pubblico o di ordine sociale. Non salgono sui tetti, non fanno picchetti, non incendiano e non si incendiano, non si suicidano. No - preciso - penso che si suicidano, ma il suicidio non è interpretato  come suicidio per carenza di lavoro neanche da chi si dà la morte. Sarà attribuito a depressione o sarà attribuito all'ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso: un litigio, un amore, etc.   Se sopravvivono e non strepitano, se sopravvivono con la paghetta di genitori e nonni o con la generosità della Caritas, perché dovremmo porci un problema? 

L'infelicità muta, senza desideri, ci fa dormire sogni tranquilli. Forse solo evidenziando il maledetto Pil che perdiamo possiamo riscuotere attenzione al problema. Quindi lo faccio anch'io. Quanto perdiamo di Pil? 

 

http://www.istat.it/it/archivio/59542

http://www.corriere.it/economia/12_aprile_19/istat-lavoro-inattivi_...

Tag: Istat, disoccupati, inoccupati, pil, suicidi


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permalink | inviato da salvatore1 il 28/4/2012 alle 19:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La passione dei vecchi, la ricerca dei giovani e la stanchezza degli altri
post pubblicato in diario, il 27 aprile 2012

Oggi siamo pochi a lezione di inglese nel circolo territoriale Pd di Ostia levante. Entra un signore anziano. Ha voglia di parlare e non sa cosa facciamo attorno a un tavolo né gli interessa. Quindi poggia fra i nostri libri e quaderni ritagli di giornali; c'è una pagina del Messaggero con l'hit parade dei miliardari italiani. C'è Ferrero in testa, non ricordo il secondo, un po' sotto Armani, ancor più giù Berllusconi, etc. L'anziano compagno (così si è qualificato intanto) è scatenato contro Monti che non tassa i patrimoni miliardari, si scandalizza che sia tassata sempre più la sua pensione di 1.500 euro; però lui è con Monti, dice (come diciamo tutti noi del PD). Insomma nessuno sa come dirgli che siamo lì per studiare e anch'io sono un po' contrariato o almeno annoiato a sentire discorsi giusti ma scontati. Poi va via e Simona, giovanissima democratica, ci dice qualcosa dell'anziano compagno. Benedetto (mi pare si chiama così) è un ex professore di latino e greco e soprattutto ha 97 anni. 97. Ora non mi interessa più l'inglese. L'irritazione è verso me stesso. Penso a me fra 20 anni e mi sento di escludere che, se sarò vivo, avrò voglia di ritagliare la pagina del Messaggero, contestare il governo tecnico di Fornero junior e tanto meno dibattere se si tratti di un governo tecnico o tecnico-politico o politico, malgrado le apparenze. Poi vado al cinema a vedere Diaz e mi accorgo di essere solo con quattro coppie di ragazzi attorno ai 20 anni. Non sono una comitiva. Ogni coppia sta su una fila diversa ed è lì per vedere il film, evidentemente per capire cosa accadde a Genova durante il G8 del 2001. Naturalmente mi avveleno lo spirito, rimuginando sull'antropologia dei poliziotti, sul gusto della mattanza, sulla poliziotta che non è più donna ma complice nella umiliazione dell'intimità della giovane arrestata. Anche se fosse successo la metà di quel che il film mostra, sarebbe troppo e intollerabile. E poi i titoli finali che ci ricordano che, per la prescrizione, nessuno pagherà e che nessuno è stato sospeso dal servizio. Così intossicato, solo vagamente consolato dal ricordo dell'anziano compagno che protesta e progetta e magari dalle quattro coppie di ventenni che vogliono sapere cosa accadde a Genova in quei giorni maledetti, sento che il sonno non arriva. Perciò mi confido nel web.


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permalink | inviato da salvatore1 il 27/4/2012 alle 14:44 | Versione per la stampa
La strage per rilanciare l'economia
post pubblicato in diario, il 25 aprile 2012
Ieri, a Ballarò, Paolo Mieli, come se aprisse una innocente parentesi: "La recessione e la stagnazione verificatesi nella prima metà del secolo scorso furono superate grazie - è brutto dirlo - al secondo conflitto mondiale. La ricostruzione promosse nuove energie e sviluppo". Queste più o meno le sue parole. Ma perché "è brutto dirlo"? Il punto è se sia vero o falso. E perché nessuno dei partecipanti replica alcunché all'affermazione "provocatoria" di Mieli? Io direi che la diagnosi era corretta. "Quello" sviluppo fu possibile grazie alla carneficina e alle distruzioni immani della guerra. Egualmente molti parassiti si ingrassano e si moltiplicano grazie ai cadaveri: più cadaveri più vita. E allora quale ipocrita reticenza ci impedisce di auspicare un nuovo conflitto? Ah, le fabbriche aperte giorno e notte a produrre armi! Ah, la domanda di forza lavoro! Ah, i disoccupati, gli inoccupati "scoraggiati" finalmente al lavoro! Niente più suicidi di lavoratori e imprenditori! Solo qualche milione di assassinati, solo tonnellate di macerie e città distrutte che dovranno essere ricostruite. Una pacchia, oltre che per i fabbricanti d'armi, per medici, infermieri, industriali e artigiani di cofani funebri, becchini, ma anche i genere imprenditori e lavoratori. No, non si può dire, non si può auspicare. Si può dire solo dopo, a devastazione avvenuta: "Beh, tutto sommato quell'Hitler, sarà pure stato un criminale, però, senza volere, quanto bene ha fatto!". Non credo proprio di caricaturizzare l'affermazione di Mieli assolutamente condivisa da tanti storici ed economisti. Sola differenza: questi ultimi non ne parlano nei talk show; ne scrivono per pochi dotti lettori o ne parlano in dotti convegni, naturalmente senza nominare parole come "strage" o come "sangue". Si dice di "ricostruzione" conseguente a un evento; in tale "narrazione" la carne e la sofferenza non devono essere nominati. Certo si potrebbe citare il concetto vichiano di "eterogenesi dei fini". I risultati sono difformi e talvolta opposti rispetto all'intenzione degli uomini. Allora la tesi di Mieli può apparire innocente, come se dicesse: "è capitato che una intenzione malvagia, la distruzione e il sangue, senza che nessuno lo attendesse, producessero bene e sviluppo". Una mera costatazione da storico? Non credo, visto come di fatto è condivisa da tanti studiosi dell'economia oltre che storici, studiosi interessati a conoscere il dato per replicarlo, qualora sembrasse utile. Il significato inespribile per pudore è che quel massacro e il conseguente rilancio potremmo replicarlo, se volessimo. Nei secoli scorsi erano il bisogno, l'ambizione, la contesa, la follia a scatenare la guerra e, coerentemente con l'eterogenesi dei fini, benefici non programmati potevano verificarsi. "Graecia capta ferum vincitorem caepit" (I romani vollero conquistare la Grecia che li conquistò). I colonialisti invadevano territori africani e facevano strage di resistenti, a scopo di dominio e ricchezza. Il beneficio non programmato era lo sviluppo e la "civilizzazione" indotti in quelle terre che creavano le premesse per il mondo globalizzato. Ormai sappiamo e non possiamo fingere di non sapere. Domani potrebbero essere tutto programmato ed essere gli economisti a decidere una bella guerra, a tavolino. Non so se ai popoli sarà concesso saperlo. "Sapete? Abbiamo bisogno di rilanciare l'economia. Domani dichiariamo guerra alla Germania. La Merkel è d'accordo". Forse per un po' di tempo sarà necessario inventare una scusa, una provocazione, un conflitto ideale. Poi sarà tutto più limpido. Pensiamoci un po'. Come nella buona fantascienza, l'incubo futuro è già presente nella sua sostanza concettuale. La distruzione già oggi è intesa motore dell'economia. Il tabu è la guerra (quella fra occidentali almeno), non la devastazione ambientale che è comunque guerra all'uomo passando per la natura. In un paese in cui esistono milioni di case inutilizzate, il precedente capo del governo pensava di rilanciare l'economia consentendo l'apertura di un vano, un terrazzino, facendo incontrare i piccoli bisogni del cittadino, in conflitto naturale con i bisogni collettivi, con le ragioni dell'economia che pretende lo scempio perché sviluppo e occupazione siano. Per ragioni che non so pare invece che sia infantile, non scientifico, etc. pensare che gli uomini semplicemente decidano insieme se costruire o abbattere case (non con la guerra, ma con le ruspe, non per il bene dell'economia ma per quello degli uomini). Marx diceva che era questa la differenza fra l'uomo e l'ape: la volontà/capacità dell'uomo di progettare la sua opera. Ma Marx è superato. Sarà riscoperto fra qualche secolo. Insomma mi sarebbe piaciuto che qualcuno replicasse a Mieli. Mi piacerebbe che qualcuno mi convincesse che non c'è altra strada che la distruzione, per salvare l'economia, l'occupazione, la felicità degli uomini. Qualora riuscisse a convincermi, chiederei di scendere, sceglierei un altro pianeta dove vigano altre leggi economiche. 

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permalink | inviato da salvatore1 il 25/4/2012 alle 16:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sfregiare la bellezza per essere immortali
post pubblicato in diario, il 1 aprile 2012
Nella scorsa fine settimana sono stato in gita fra i monti laziali e la valle dell'Aniene. Ho visitato fra l'altro il suggestivo monastero di San Benedetto a Subiaco. Non immaginavo tanta bellezza.Io,moglie e amici eravamo forse gli unici italiani, oltre ad una scolaresca, normalmente disattenta e vociante. La prevalenza era di stranieri e di cinesi in particolare (insomma credo fossero cinesi). Poi all'uscita è successo qualcosa che mi succede sempre più di frequente. Quasi un riflesso condizionato di patriottismo e di vergogna che mi induceva a fare scudo col mio corpo affinché i cinesi non vedessero e le loro macchine fotografiche non registrassero. Su una parte del portico un antico affresco e uno scempio incomprensibile. Mani diverse negli anni, con tutta probabilità di scolaresche “in viaggio di istruzione”, avevano sfregiato l'affresco con penne, pennarelli e incisioni con chiavi o punteruoli, variamente segnati dal tempo. Comprensibile (e comunque inaccettabile) che potesse succedere una volta, non immaginando la stupidità e l'incultura dei visitatori. Ma poi? Perché nessuna protezione e nessuna sorveglianza verso le pulsioni all’immortalità dei nostri studenti (studenti di che?). Così per sempre i visitatori sapranno che: Sebastiano ama Maria, Rita ama Federico, Antonio ha fatto l'amore con Anna, etc. D'accordo sulle battaglie simboliche (faccio finta di essere d'accordo), ma quando combatteremo le battaglie vere? E quale conoscenza abbiamo oggi dei nostri ragazzi? Comprendiamo cosa passa per le loro teste quando si esercitano a sfregiare la bellezza? Sfregiano perché sanno o perché non sanno? Per dispetto o per ignoranza? Non dovremmo poter sottrarci a tali domande. Le risposte sono indispensabili per definire obiettivi, strumenti e luoghi della Scuola e della comunità educante e direzione degli investimenti: maggior investimento nella didattica della Storia dell’arte e/o battaglia contro il nichilismo e/o maggior investimento nella proposta di senso per le nuove generazioni. Al monastero intitolato alla sorella di Benedetto, Santa Scolastica, ci aggreghiamo appena in tempo a un gruppo assistito da una giovane guida, preziosa per leggere le stratificazioni architettoniche secolari del monastero, a partire dal periodo romanico. Molto brava davvero. Una laureata in Storia dei Beni culturali? Probabile. Alla fine della visita aspettiamo di capire come e a chi pagare il servizio. La giovane guida ci anticipa. “Chi vuole può lasciare un’offerta in quel cestino”. Si allontana per non metterci in imbarazzo e il cestino raccoglie qualche euro in moneta. Così l’Italia dai mille campanili da 40 anni continua a perdere posizioni anche nell’economia del turismo. Il paese più ricco di storia e di bellezza nel mondo oggi ha 44 milioni di visitatori contro i 54 della Germania e i 79 della Francia. E i nostri archeologi, restauratori, storici dell’arte si dannano l’anima per un contratto co.co.co., accettano una offerta modesta da noi tranquilli pensionati, tranquillamente ignoranti, oppure prendono la paghetta da genitori e nonni. In questo assoluto non senso diventiamo variamente complici degli anonimi giovani sfregiatori di affreschi, in-sensati come loro.


“Beni culturali e spreco. Promemoria per Bondi e Brambilla” era il titolo di precedenti riflessioni su temi a questo analoghi. http://www.rossodemocratico.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2496194
A che servono questi quattrini?
post pubblicato in diario, il 4 marzo 2012

Ho assistito  al "Nino Manfredi" di Ostia  alla commedia "A che servono questi quattrini" rappresentata dalla compagnia di Luigi De Filippo. Non pensavo di divertirmi e pensavo che il lavoro  di Armando Curcio mi avrebbe indotto a giudizi critici giacché sono un siciliano refrattario alla “saggezza” di molta produzione  meridionale.  La commedia era stata rappresentata nel '40 dai fratelli De Filippo e successivamente era diventata un film.  Mi sono divertito moderatamente. Ma quel che mi ha agitato durante la rappresentazione è stato il pensiero dell'estrema attualità del testo. In sintesi, è la storia di un nobile, già ricco e poi  fallito, un po' professore di filosofia stoica (naturalmente sempre fraintesa dagli allievi) un po' imbroglione, convinto assertore dell'inutilità del lavoro e del denaro e però certo  che all'occorrenza basti fingere il possesso del denaro, senza la fatica di guadagnarlo. Insomma penso che per colpa prevalentemente del circolo, di alcuni  amici, e degli stimoli ricevuti dal circolo, sono stato lì ad esaminare analogie.  Su fb  avevo condiviso  una storiella che dimostrava come, senza produzione alcuna,  100 euro consegnati all'albergatore, passando per svariate mani e saldando svariati debiti producessero benessere a un gruppo numeroso. E un amico mi aveva fatto notare di aver anche lui ideato una storia simile. Solo che il denaro in oggetto nella sua variante era falso. Ma prima ancora avevo letto un articolo di Federico Rampini che riferiva di una teoria  dello sviluppo iperkeinesiana che sta acquistando spazio crescente negli USA, la  Modern Monetary  Theory. Per capire mi limito a citare il titolo di Rampini.  "E se la risposta alla crisi fosse stampare più soldi?" . E’ possibile? E’ possibile che l’economia reale, la fatica degli uomini, lo sforzo imprenditoriale di interpretare i bisogni umani, di organizzare l’impresa, di scegliere tecnologie e competenze sia cosa inutile o secondaria?  Che conti solo l’intuizione politica/economica che basti pompare denaro, liquidità nelle vene del sistema perché tutto si aggiusti? Sì, certo, sto pensando alla droga. Ma non fa differenza.  Siano vitamine o siano droga i quattrini, che differenza c’è?  O la differenza c’è? Se  c’è  è la differenza fra l’economia di carta e quella reale.  Spero che chi avrà imparato a prescindere dall’economia di carta, chi si sarà occupato di produrre banalmente cibo sano, di difendere le colline, Pompei e la scuola  alla fine vinca. Come il passista nelle corse di bici che non insegue chi scappa (non teme lo spread). Continua col suo passo e pian piano raggiunge e lascia ai margini della strada un fuggitivo dopo l’altro. Fuor di metafora, mettendo tutti al lavoro. Semplicemente.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/21/se-la-risposta-alla-crisi-fosse.html


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In memoria di Lucio e di noi stessi: come eravamo
post pubblicato in diario, il 1 marzo 2012
Lucio Dalla era mio coetaneo, più vecchio di me di soli tre mesi. Lo ricordo agli inizi di carriera, sul finire del '67. Lo incontrai alla Casa del soldato di Bologna, il ghetto ricreativo di noi  militari di allora. Cantò: "Quand'ero soldato". Era un periodo dolce/amaro, prevalentemente amaro. La Sicilia lasciata alle spalle con la mia ragazza - oggi mia moglie - "consegnata" alle cure dell'ex mio compagno di banco perché la facesse svagare un po' , senza perderla di vista. C'era innanzitutto la dolcezza e la passione indimenticata di Bologna. Il percorso per tornare in caserma pieno di osterie da cui si levava - udite, udite - "Bandiera Rossa". E lì, in caserma, un'altra città, un altro mondo, un'altra Costituzione. Il tenente istruttore che nell'ora di educazione civica faceva l'apologia del colpo di Stato dei colonnelli in Grecia. La domenica i soldati inquadrati e condotti alla messa fra imprecazioni e bestemmie degli ufficiali. Io che mi ribello e per tre volte finisco in gattabuia sul tavolaccio. Etc. A causa della mia partecipazione alla protesta per l'assassinio dello studente  Paolo Rossi alla Sapienza, non ero stato considerato abile ad alcun grado, neanche di caporale, né  a portare armi.  Addetto all'Infermeria, come il figlio del generale colpevole di aver militato nella Resistenza. Come il  giovane avvocato calabrese maoista, rigorosamente confinato senza gradi nelle cucine. Così eravamo e così conobbi l'ironia dissacrante di Dalla. Eravamo abituati a tollerare tutto. Poi venne il '68 e finalmente smettemmo di tollerare l'intollerabile.

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La prostituzione precaria ovvero l'amore delle donne
post pubblicato in diario, il 11 febbraio 2012

Prima piccolo artigiano fallito poi operaio licenziato, un uomo di 44 anni del fu ricco nordest, decide di impiccarsi. La moglie, di 7 anni più giovane,  lo salva appena in tempo. Poi lei,  come le donne innamorate dei film o forse della realtà, lo rassicura dicendogli che ha trovato lavoro come badante di notte. Si tirerà avanti col suo stipendio fino a che lui non troverà un nuovo lavoro. Succede però che un giorno  la polizia telefona al marito informandolo che la moglie è stata presa in una retata. Faceva la prostituta. Apparentemente quieta, comprensiva e grata la reazione del marito che anzi fa una sorta di breve relazione socio-economica sul fatto. “E’ una situazione che ho imparato ad accettare, ma che non mi sta assolutamente bene. Per questo continuo nella disperata ricerca di un lavoro. Qualsiasi, purché sia onesto”. E poi: “Non so quanto resista il padrone di casa prima di buttarci fuori. Mia moglie riesce a portare a casa anche centocinquanta euro in una sera, se va bene. Ma spesso torna a mani vuote. Con quello che guadagna riusciamo a mangiare. Ma così non può continuare”.  Bene. Forse una volta eravamo intrisi di pregiudizi. Forse una volta a una moglie non sarebbe apparso naturale risolvere il problema drammatico della sopravvivenza in quel modo. Forse una volta un marito come il suo non avrebbe rilasciato una intervista come quella, in cui non appare chiaro se il disappunto sia per la tipologia del lavoro della moglie o per la sua natura precaria (non da posto fisso). Non formulo nessun giudizio morale. Caso mai mi dichiaro sbigottito per quello smisurato amore femminile che è amore per il compagno e – apparentemente (o no?) –  disamore per la propria persona.  Ho parlato di pregiudizi perché  non escludo che la donna possa aver sentito quel prostituirsi come cosa non diversa che offrire il proprio corpo per un lavoro di fabbrica o la propria perizia  come cosa non diversa dalla perizia di una manicure.  E’ tempo che superiamo i nostri pregiudizi a riguardo?  Peraltro da tempo presunte studentesse e casalinghe “insoddisfatte” si propongono nel mercato dei precari del sesso, probabilmente quasi sempre professioniste con forti competenze di marketing. Hanno capito l’attrattiva maggiore di un rapporto con una “dilettante”. Però adesso forse comincia a diventare autentico il mercato del sesso precario.

Significato per qualche aspetto simile attribuisco a un’altra storia di cui ho letto recentemente. Una grossa azienda statunitense di abbigliamento, la Ecko,   propone con successo uno scambio: fatevi tatuare sul corpo il nostro marchio e in cambio avrete,  vita natural durante,  uno sconto del 20%  sui nostri prodotti.

Magari l’offerta non “discrimina”  gli uomini, ma immagino che per promuovere merci  il corpo maschile abbia minor appeal.  Mi  sto chiedendo comunque: E’ questo l’epilogo della rivendicazione femminista “Il corpo è mio e ne dispongo come voglio?”  Lo chiedo non retoricamente.  Magari è tutto giusto.  

Però – ripeto - mi preoccupa un po’ la reazione del marito di cui dicevo prima. Se  il corpo femminile ha un mercato che quello maschile non ha,  allora la crisi  potrebbe lasciare integri i corpi degli uomini  e aggredire con sesso e tatuaggi i corpi femminili, ultima riserva  di famiglie senza risparmi e senza stato sociale.


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Il gelo e i sensi di colpa
post pubblicato in diario, il 11 febbraio 2012
Della settimana scorsa e della prima emergenza neve ricordo il senso di colpa. Al normale, quotidiano, senso di colpa verso chi è senza lavoro si aggiungeva il senso di colpa eccezionale per chi andava al lavoro, affrontando pioggia, neve, gelo, mezzi pubblici in tilt. Insomma, mentre in genere il pensionato mi appare come un escluso dai piaceri della vita attiva, all'improvviso sentivo tutto il privilegio di quella condizione. Ero chiuso e protetto nella mia casa calda sul litorale romano, già risparmiato dall'infierire climatico su Roma, mentre anche le mie figlie, come milioni di italiani, non avevano altra scelta che sfidare la tormenta per apparire lavoratrici affidabili.
Così oggi la nemesi. Non posso mancare all'appuntamento in un ospedale lontano da casa nella capitale d'Italia, metropoli troppo estesa. Prendo il trenino e poi il bus imbacuccato come non mai, addirittura con cappello, sciarpa, guanti, ombrello, etc.. Mancano solo i mutandoni di lana e il pigiama felpato che portavo quando d'inverno, a Bologna, ero di guardia all'aperto davanti alla caserma del 17° Reggimento di artiglieria contraerea, giacché con gli anni comunque mi sono ringiovanito e liberato sempre più dei pesi eccessivi. All'andata soffro con moderazione: freddo e nevischio in faccia nello spostamento da un mezzo pubblico all'altro e nient'altro. Al ritorno è un incubo. Un'ora in attesa di un bus che non arriva, mentre la temperatura si abbassa e i piedi si congelano, sotto (???) una pensilina strettissima che finge di ripararti da pioggia, neve e vento. Un'anima buona poi mi avverte che il bus da lì passa ad ore imprecisate. Conviene prenderne un altro in direzione opposta, arrivare alla metro e prendere il trenino per Ostia. Così faccio, sperando di arrivare a casa prima che arrivi il peggio. Insomma ora sono qui di nuovo al calduccio e mi viene da pensare ai lavoratori mostrati l'altro giorno a Piazza Pulita, che fanno il cottimo all'inferno a spostare scatole di surgelati in un ambiente a -30 gradi, rinunciando alle pause per arrivare ai fatidici 1.000 euro al mese. I sensi di colpa e lo stupore per un mondo incomprensibile ritornano.

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Shame, prima o dopo la politica
post pubblicato in diario, il 7 febbraio 2012

Parlo di un film per allontanarmi dalla politica. Un po’ perché la politica è troppo complicata per me. So quel che  mi piace. So quel che non mi piace. Non ho ricette sicure per raggiungere l’obiettivo di  quel mondo in cui mi piacerebbe vivere. Non riesco a illudermi – l’ho detto più volte – che basti rimuovere Berlusconi o Martone o Schettino o Monti o la finanza. Non sono neanche sicuro che basti  rimuovere il mercato o il capitalismo, anche se questo sarebbe il cambiamento radicale che riesco a immaginare. Pare  che abbiamo sperimentato anche questo col socialismo reale.  Pare perché forse il socialismo potrebbe essere una cosa diversa. Pare,  potrebbe. 

Parlo di  Shame  perché il film  mi ricorda  decisive ragioni per andare oltre o prima della politica. Così posso sentirmi  assolto per la mia “incompetenza”, come incompetenza in ultima analisi riguardante una cosa, grande quanto vuoi, ma comunque minore.

Non ho nemmeno gli strumenti  per produrmi in una critica cinematografica. Su questo me la caverò in due righe.

Comincio col dire che non mi era mai capitato prima di essere parte  di un cineforum improvviso e informale come un  happening, all’uscita dal cinema.  Le poche coppie presenti che rompono il ghiaccio con sguardi interrogativi  e domande del tipo: “Scusi. Ho perso l’inizio. Ma era successo qualcosa?” “No, non era  successo niente e non c’è nulla da spiegare” cerco inutilmente di affermare.  Ma non c’è verso.  Per spiegare l’abiezione e il dolore del protagonista consumati in ossessivi  rituali sessuali qualcuno presume un trauma infantile, chi un incesto ancora lacerante, etc.  

Il film  divide il pubblico, con tutta evidenza. Non per la regia, non per la fotografia, non per la colonna sonora, non per gli attori, elementi tutti apprezzati.  Mostrano delusione per il  film quelli che vi leggono la storia di una dipendenza da sesso di un giovane, affascinante manager in una New York opulenta e livida. Questa parte del pubblico si affatica a cercare una spiegazione dell'origine della "malattia" e così evita di vedere quello che siamo o stiamo diventando. Cerca nella psicologia ciò che a mio avviso può trovare solo nell’antropologia, nell’uomo com’è oggi o addirittura come è sempre stato.  Non servono, per dire,  le riflessioni psicoterapiche, con la speranza di salvezza,   del  Freud più giovane. Servono le riflessioni del Freud  più tardo  e l’iscrizione di Eros e Thanatos nella parte costitutiva, ineliminabile,  dell’umano. Il protagonista, Brandon,  è solo l'avanguardia di una umanità vicina a scoprire l’abisso. La "malattia" (l'anomalia) non è di Brandon.  E’ nella storia delle illusioni che abbiamo alle spalle: l'amore, la famiglia, la patria, la politica, etc.. Quando le illusioni cadono resta la solitudine davanti all'incubo della cosa impensabile e impronunciabile: la morte. Solo l'orgasmo - la piccola morte, la petite mort dei francesi - può farla dimenticare: per l'intensità anestetica del sesso, replicabile più di altre pratiche anestetiche, nelle innumerevoli formi possibili che il protagonista esibisce, dell'accoppiamento etero, omo, multiplo/orgiastico, dell'onanismo, delle infinite occasioni del sesso virtuale. E’ un eros  potenzialmente “democratico” oggi, aperto a tutti, non solo al bellissimo e infelicissimo protagonista. E forse  a quanti hanno creduto di assistere alla storia di una  banale e rassicurante patologia  individuale  sfugge che, accanto al protagonista, esibiscono segni  dell’invadenza  totalitaria dell’eros anche i personaggi minori. La sorella del protagonista, tra un tentativo e l’altro di suicidio intervallato  da accoppiamenti “gratuiti”. Così il suo partner di un momento. Così la ragazza incontrata nella  metro  che gode onanisticamente per quel che sembra l’annuncio di un rapporto. E invece il rapporto non c’è e non è neanche cercato. La ragazza, inutilmente inseguita, sparirà nella folla, sapendo di trovare all’occorrenza altre emozioni, dono di  Eros. La vita però -ahimè - non può essere riempita da un orgasmo ininterrotto. Il protagonista attinge al  fondo della libido e  dello stordimento nella splendida scena dell'orgia mercenaria dai corpi bellissimi scolpiti con  una fotografia innamorata e rapita. Lì l’orgasmo  si mischia a singhiozzi disperati. Da lì  Brandon sembra smettere di inseguire  lo stordimento e l'oblio. Cos'altro troverà l'autore non dice. L'alternativa l'aveva già mostrata nell’ultimo tentativo di  suicidio della sorella: vincere la morte, andandole incontro.

Penso a queste cose dunque. Alla New York opulenta paradigma dell’occidente opulento dalle opportunità infinite.  E mi sembra che la disperazione sia l’esito di quella opulenza, come del suo rovescio, la penuria e la precarietà.  Penso anche che in Italia abbiamo incontrato i segni di quella disperazione in analoga forma.  E’ strano che non ci si pensi guardando il film. Abbiamo visto  un  uomo  che in sé cumulava ricchezza, potere ed anche amore smisurato di folle adoranti, compromettere tutto per inseguire l’assoluto: il potere assoluto in un paese ridotto all’harem di un sultano. L’abbiamo conosciuto e non lo abbiamo veramente compreso perché non abbiamo compreso la disperazione di quell’uomo. Abbiamo inibito la nostra “comprensione”  perché ci sembrava di assolverlo qualora lo avessimo compreso. Era giusto non assolverlo per  aver messo in ginocchio un paese solo per disporre dell’harem che gli facesse dimenticare il mausoleo che lo aspetta ad Arcore. Dovevamo comprenderlo però perché ci ha indicato la strada che ci aspetta quando non saremo più distratti  dalla fatica, dagli ideali e da quanto inventiamo per dimenticare la morte. E, secondariamente, ha reso pubblica una cosa normalmente taciuta: la sessualità degli anziani ed eros che mai  non arretra .

Ora  la scoperta di un dio e dell’immortalità  mi sembra l’antidoto possibile  all’eros distruttivo.  Per chi – come me – è lontano da tale scoperta, resta  la politica come speranza di superare il dolore della penuria e quello dell’abbondanza. Già, perché la politica viene dopo la filosofia che è la lente con cui guardiamo il mondo e però viene  prima perché ci induce a scegliere una lente o un’altra lente.  Non ero partito sapendo di arrivare a questo. Comunicando con gli altri comunichiamo con noi stessi e ci cambiamo. Anche Mc Queen, il regista di Shame,  sospetto,  cominciò a girare il suo film con quel titolo, accorgendosi forse poi che il tema non era la vergogna ma la paura: era  Eros e Thanatos. Ma non cambiò il titolo.  O forse continuò a pensare di aver parlato della patologia di un uomo.  Io invece il mio titolo l’ho cambiato più volte,  man mano che scoprivo di cosa veramente volevo parlare. 



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permalink | inviato da salvatore1 il 7/2/2012 alle 10:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Raccomandati, sfigati, incattiviti, impotenti
post pubblicato in diario, il 3 febbraio 2012
E’ possibile che io stia diventando buono? Indulgente? Pietoso?
E’ possibile che i miei concittadini esorcizzino l’impotenza contro la paura incombente, scagliandosi contro il primo che passa, vivo o morto che sia?
Senza andare troppo lontano nell’ultimo mese il più facile bersaglio è stato il comandante del Concordia, Francesco Schettino: incapace e codardo. Noi abbiamo trovato per fortuna l’esempio positivo nella grinta del comandante della capitaneria del Giglio, Gregorio De Falco. Con lui abbiamo gridato a Schettino: “Cazzo, salga sulla nave!” . 
Solo dopo qualche giorno dall’incidente tragico e colpevole e dal diluvio di contumelie, mi capita finalmente di sentire diagnosi e implicite proposte di prevenzione da parte del sociologo Domenico Masi e dal giornalista Federico Rampini in una intervista della Gruber. Il primo punta l’indice contro l’assenza manifesta in Italia della cultura delle scienze dell’organizzazione. Tutti sappiamo di Einstein, nessuno di Taylor o Ford che ci avrebbero insegnato a prevenire il disastro., il secondo oppone alla prassi italiana del solitario capro espiatorio la prassi statunitense per cui chi ha nominato il colpevole è colpevole lui stesso e tenuto alle dimissioni. Insomma il povero Schettino non avrebbe mai dovuto essere chiamato a un ruolo di comando e comunque avrebbero dovuto essere previste procedure per rimediare all’impazzimento di un comandante. A disastro compiuto, molte teste dovrebbero cadere. Non sono analisi e diagnosi appassionanti, mi rendo conto, nulla di confrontabile alla goduria che ci offre la registrazione della viltà di un comandante. Sono solo analisi e diagnosi utili e corrette.

Poi, giorni fa – udite, udite! – il viceministro del lavoro, tale Michel Martone, si permette di chiamare “sfigati” i giovani italiani che si laureano dopo i 28 anni. Martone è uno facilmente antipatico per almeno un paio di ragioni:
A. E’ un figlio di famiglia con un padre che gli ha reso agevole una carriera fulminea, dottorato, ricercatore e poi titolare di cattedra universitaria a 33 anni. Quindi consulente ben retribuito nel precedente governo. Infine viceministro. Diciamo che non ho le prove, ma ho la certezza interiore che Martone sia un raccomandato.
B. Martone ha il ghigno del saputello, di quello che ha imparato una lezioncina e la ripete compiaciuto dall’alto della cattedra.

Grazie ancora alla Gruber, seguo l’intervista all’antipatico Martone. E purtroppo anche il bravo Vittorio Zucconi, da New York, infierisce contro il malcapitato. “Per essere equilibrati, dice Zucconi, se Martone ha potuto pronunciare quelle parole infelici, possiamo dirgli che ha detto una cazzata”. E’ facile sparare a zero sul poveretto caduto sul tappeto, no? Non è da meno l’adorabile Luciana Littizzetto che preferisce “minchiata” a cazzata, venendo in soccorso di una causa già vinta.
Io per la verità pensavo che “sfigato” significasse solo sfortunato, ma anche le mie figlie consultate, benché tutte laureate nei tempi giusti e brillantemente, solidarizzano con gli sfigati e sono incavolate col viceministro. “Sfigati” mi spiegano non significa semplicemente sfortunati. Ha una valenza negativa.
Così capisco che è del tutto irrilevante che Martone abbia potuto dire cose ragionevoli: che le imprese non guardano con favore chi impiega 10 anni a conseguire una laurea, soprattutto se non sa spiegare il perché (la condizione di studente lavoratore, ad esempio) o che è preferibile essere un brillante artigiano piuttosto che un laureato che si arrangia nei call center. Cose ragionevoli, anche se io stesso colgo in Martone sfumature classiste che i suoi detrattori non colgono o non esplicitano. Voglio dire che sono pressoché certo che anche il viceministro sarebbe quanto meno profondamente deluso se suo figlio un giorno gli annunciasse di voler fare l’idraulico. Sotto i discorsi ragionevoli persiste il vecchio classismo: l’università per i miei figli, per i tuoi l’officina che è così gratificante. Ma questo non c‘entra col merito della questione che è invece: gli antipatici hanno comunque torto. Così siamo costretti a rifiutare anche le buone pietanze proposte dallo chief che non ha saputo salutarci a dovere. Il compianto Padoa Schioppa che osava più di Martone nel linguaggio, osò dire che le tasse sono belle. Poi chiamò “bamboccioni” i ragazzi che si attardano nelle pareti domestiche. “Bamboccioni” non mi sembra più lieve di “sfigati”. Ma Padoa Schioppa non dovette scusarsi. Lui non aveva fama di raccomandato nel paese in cui l’usciere raccomandato è inflessibile contro il professore raccomandato. Nel paese in cui chi vale 100 deve raccomandarsi per avere 50. Nel paese in cui è stata abrogata la tassa di successione e i mediocri fratelli Elkan ereditano le fortune del brillante nonno. 
Oggi, dulcis in fundo, mi capita di leggere su un blog commenti alla scomparsa del presidente Scalfaro e trovo, accanto a legittime critiche al suo passato di magistrato e a sue giovanili gesta da moralista, questi sintetici giudizi ad opera di coraggiosi autori dai fantasiosi nickname:
Wheel: uno in meno che percepisce i nostri soldi!
Kiko: uno stronzo con 3 autoblu in meno per gli italiani
Xxx: una pensione di senatore in meno

L’Italia frantumata degli impavidi, spietati critici di Schettino, come di Martone, come di Scalfaro non sa, non può, non vuole trovare progetti unificanti. L’Italia dei forconi vuole menare le mani col primo che passa. Si accontenterà di 15 centesimi di sconto sul carburante, del salvataggio di una industria decotta. Raccoglie con lo scolapasta i marosi della globalizzazione, boicottando le calze dell’Omsa delocalizzante. Non è capace di dire cose discutibili ma radicali. Potrebbe dire e pretendere, salendo compatta sui tetti o attendandosi presso i luoghi delle decisioni politiche:
Galera a chi usi il proprio ruolo per uso personale (raccomandazioni e illeciti lucri) .
Galera agli evasori
Disincentivazione delle merci troppo viaggianti e inquinanti
Blocco delle merci provenienti da paesi e fabbriche che violino i diritti umani
Elevata tassa di successione fino eventualmente all’esproprio
Prestito d’onore generalizzato per lo studio, per fare impresa, per fare casa
Subito il salario minimo sociale.

Ma quell’Italia non è interessata ad un nuovo senso comune. Ha paura di affermare principi per cui dovrebbe pagare un prezzo. E’ felice di potersi sfogare contro Schettino, Martone e i morti. Poi va a nanna.
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